Passaggio generazionale, Cna: oltre un milione di imprese a rischio, il 12% dei titolari ha più di settant’anni
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Redazione Economia
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L’allarme, se così si può definire un fenomeno ormai strutturale che riguarda il cuore pulsante del tessuto produttivo italiano, arriva da una indagine della Cna condotta su un campione di duemila imprenditori: la trasmissione d’impresa, una sfida decisiva per il futuro del sistema, rischia di trasformarsi in un vero e proprio collasso silenzioso, con oltre un milione di piccole attività che nei prossimi anni dovranno fare i conti con il nodo scorsoio della successione. E infatti, mentre la politica discute d’altro, nelle pieghe dell’economia reale c’è un esercito di titolari over quaranta – oltre l’80% di loro, per l’esattezza – che ha già iniziato a rimuginare sul da farsi, anche se poi, si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, o meglio, c’è quella distanza siderale che separa la consapevolezza del problema dalla sua soluzione concreta.
Imprenditori over 80 e mancanza di eredi, il ritratto di un paese che invecchia
A rendere il quadro ancora più cupo, se possibile, è la fotografia scattata dall’associazione sulla demografia imprenditoriale: un imprenditore su cinque, emerge dal rapporto, ha già varcato la soglia della pensione. Ma c’è di più, un dato che fa riflettere sulla velocità dell’erosione del capitale umano: il 12% dei titolari ha più di settant’anni e, particolare non trascurabile, una quota del 2% siede ancora al timone della propria azienda nonostante abbia superato gli ottanta. Questi numeri, che descrivono un paese sempre più grigio anche nel suo motore produttivo, si traducono in un’equazione spietata: chi subentrerà? Perché la soluzione domestica – quella del passaggio di testimone all’interno delle mura familiari – sebbene sia la più praticata (riuscita nel 63,7% dei casi), non è certo una bacchetta magica applicabile a tutte le partite Iva.
La successione familiare non basta e il mercato non riesce a comprare
Quando poi si esce dal perimetro rassicurante (quando lo è) della famiglia, il deserto diventa totale: la cessione a dipendenti o a terzi si scontra con l’assenza quasi cronica di acquirenti, con la fame di risorse finanziarie che affligge chi vorrebbe comprare e con condizioni di accordo che sembrano pensate per non essere mai raggiunte. La Cna lo sottolinea con una freddezza quasi clinica: tra chi prova a vendere la propria creatura sul libero mercato, la trattativa va a buon fine in un numero talmente esiguo di casi da rasentare lo zero statistico. Il risultato, per un sistema che non può permettersi vuoti di potere, è che quasi il 30% delle piccole imprese naviga a vista in un mare di criticità, rischiando di affondare portando con sé non solo posti di lavoro, ma un patrimonio di competenze artigiane che non si trovano su nessun manuale.
L’intreccio tra burocrazia e artigianato, il custode del “saper fare”
A complicare ulteriormente una partita già di per sé proibitiva, ci si mettono poi i soliti noti: la burocrazia – che il 46,2% degli intervistati indica come il male assoluto – la pressione fiscale, il costo del lavoro e quella cronica carenza di personale qualificato che impedisce a molte realtà di crescere o anche solo di sopravvivere. E se l’artigianato, paradossalmente, tiene meglio la barra dritta (il 68,1% dei giovani under 40 sceglie proprio questo settore), è altrettanto vero che proprio lì, dove il sapere coincide con l’impresa, il rischio non è la semplice chiusura di un negozio, ma l’oblio di un intero saper fare italiano. Quanto ai numeri sul piano territoriale, in Trentino Alto Adige la situazione è tutto fuorché idilliaca: le realtà coinvolte nel valzer dei passaggi sono circa tredicimila, con un equilibrio quasi perfetto tra la metà altoatesina (7.000) e quella trentina (6.000), un dato che restituisce l’idea di quanto il fenomeno sia diffuso e trasversale.




