La lunga mano di Teheran: missili verso Diego Garcia e la nuova dottrina strategica iraniana
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Redazione Esteri
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Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lasciava intendere, in un post su Truth, che la guerra in Iran potrebbe essere prossima a un “ridimensionamento” – dichiarandosi soddisfatto per l’avvicinamento agli obiettivi prefissati – il Pentagono muoveva simultaneamente navi e uomini verso il teatro operativo, inviando oltre 2.500 marines e tre unità aggiuntive in Medio Oriente. Questa dualità tattica, che vede da un lato l’ipotesi di una riduzione del conflitto e dall’altro un potenziamento della presenza militare, fa da cornice alla più recente, clamorosa iniziativa iraniana: il lancio di due missili balistici contro la base anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Un’operazione, quest’ultima, che rivela una capacità di proiezione di potenza inedita per Teheran, la cui gittata dichiarata in passato non aveva mai superato i 2.500 chilometri.
L’attacco – che secondo fonti ufficiali non ha causato danni, essendo un missile stato abbattuto da una nave americana e l’altro probabilmente precipitato in volo – rappresenta un salto di qualità nel confronto in corso. La base di Diego Garcia, situata a circa 3.800 chilometri dalle coste iraniane, è considerata un avamposto strategico di primaria importanza per gli Stati Uniti e il Regno Unito, un hub logistico da cui partono missioni di bombardieri a lungo raggio. Il fatto che Teheran abbia tentato di colpirla, nel giorno di Nowruz (il capodanno persiano), non è solo un messaggio di forza ma anche una dimostrazione pratica di quella che potrebbe essere una nuova dottrina militare: colpire il nemico ben oltre i confini tradizionali del Golfo Persico, approfittando forse di una sorpresa tecnologica legata ai missili della classe Khorramshahr-4, capaci di trasportare testate pesanti e di effettuare manovre evasive.
L’effetto domino diplomatico e le crepe nell’alleanza
La replica di Washington non si è fatta attendere sul piano militare, con il rafforzamento delle difese nello Stretto di Hormuz – dove i Pasdaran hanno minacciato “risposte senza precedenti” in caso di invasione dell’isola di Kharg – ma è sul fronte diplomatico che si registrano le tensioni più profonde. Trump, con la consueta enfasi, ha attaccato frontalmente gli alleati Nato, definendoli “vigliacchi” per la loro riluttanza a unirsi alla coalizione navale necessaria a garantire la libertà di navigazione in un’area cruciale per l’economia globale. Un atteggiamento, quello del presidente, che ha spinto alcuni membri dell’Alleanza a ribadire con fermezza la propria posizione: il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha dichiarato che “questa non è la nostra guerra”, sottolineando come anche le marine europee più attrezzate possano fare poco laddove la potenza americana richieda un impegno diretto.
In questo quadro di crescente isolazionismo selettivo, il Regno Unito ha concesso agli Stati Uniti il permesso di utilizzare le proprie basi, incluso Diego Garcia, per operazioni “difensive”, una mossa che Teheran ha interpretato come una partecipazione attiva all’aggressione. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avvertito Londra che tale decisione mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini britannici, spingendo il governo di Keir Starmer a precisare, attraverso Downing Street, di non voler essere “trascinato in una guerra più ampia”. Un tentativo di bilanciamento che, tuttavia, appare sempre più complicato da sostenere, specialmente dopo il lancio dei missili su Diego Garcia, avvenuto proprio mentre Londra dava il via libera agli attacchi americani contro le postazioni missilistiche iraniane che minacciano lo Stretto.
Il nodo di Diego Garcia e la questione nucleare
La scelta dell’obiettivo non è casuale, e nemmeno lo è la tempistica. Diego Garcia non è solo una base militare avanzata; è il simbolo della proiezione di potenza occidentale nell’Oceano Indiano, un territorio conteso – dopo l’accordo tra Londra e Mauritius per la cessione della sovranità – e fondamentale per le operazioni dei bombardieri strategici. Colpire quel punto, anche senza riuscire a centrarlo, equivale a dire agli Stati Uniti che non esiste più un “rifugio sicuro” al di là della portata dei missili iraniani. Sul fronte interno, però, l’Iran deve fare i conti con la fragilità delle proprie infrastrutture: i raid recenti, in particolare quelli che hanno coinvolto il sito nucleare di Natanz, hanno spinto l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) a chiedere ispezioni, ma Teheran ha risposto picche, sostenendo che non esistono protocolli codificati per l’ispezione di impianti danneggiati da attacchi militari.
La richiesta di nuove linee guida all’Aiea, avanzata dal capo dell’organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, riflette la volontà di Teheran di tenere chiusi i propri siti bombardati, evitando che le ispezioni possano completare l’opera di intelligence iniziata con i raid. Mentre il dibattito giuridico e diplomatico sul diritto internazionale si intreccia con le operazioni sul campo, il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz restano i veri teatri dello scontro economico. La strategia iraniana, incentrata sul blocco virtuale delle rotte petrolifere – se si escludono le navi dirette verso alleati come Cina e India – sta mettendo a dura prova i governi occidentali, costretti a razionare le risorse e a fronteggiare una crisi energetica globale senza precedenti.
L’equilibrio instabile tra retorica e deterrenza
Le parole di Trump, che definisce l’operazione in Iran sempre più vicina alla conclusione, cozzano con le azioni concrete del Pentagono e con la realtà di un conflitto che si sta espandendo geograficamente. L’invio dei marines e la concentrazione di navi da guerra nelle vicinanze suggeriscono che l’obiettivo potrebbe non essere solo la deterrenza, ma forse la preparazione del terreno per un blocco navale totale o per azioni anfibie contro le isole strategiche iraniane. In questo scenario, la risposta dei Pasdaran è stata lapidaria: chiunque invada Kharg – cuore pulsante delle esportazioni petrolifere iraniane – dovrà fare i conti con una reazione “senza precedenti”.
I 51 feriti riportati in Israele a seguito di un missile caduto nei pressi di Dimona, dove si trovano impianti nucleari, aggiungono un ulteriore livello di pericolosità a un quadro già saturo di violenza. Gli alleati del Golfo, come Arabia Saudita e Kuwait, pur continuando a intercettare droni e missili, mostrano i segni di una pazienza che sta esaurendosi, minacciando di utilizzare le proprie “capacità significative” se gli attacchi non cesseranno. Una eventuale entrata in guerra delle monarchie del Golfo allargherebbe il conflitto a una dimensione regionale totale, un’eventualità che gli Stati Uniti, nonostante le critiche pubbliche di Trump ai partner europei, cercano probabilmente di scongiurare per non trasformare lo Stretto di Hormuz in un campo di battaglia permanente. E mentre l’Iran celebra un Nowruz segnato dalle esplosioni, l’unica certezza è che la “lunga mano” di Teheran ha cambiato per sempre le coordinate geografiche del confronto.




