L’assedio energetico dell’Iran: attacchi a petroliere e depositi nel Golfo per scardinare l’economia americana
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Redazione Esteri
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L’escalation che si sta consumando nelle acque del Golfo Persico e nei cieli della penisola arabica ha assunto le connotazioni di una guerra economica totale, un confronto asimmetrico nel quale Teheran sta cercando di colpire il nemico – gli Stati Uniti di Donald Trump e Israele – laddove fa più male: il controllo del mercato energetico globale. Nell’ultima notte, la strategia della Repubblica Islamica si è materializzata in una serie di attacchi coordinati che hanno preso di mira non solo il traffico marittimo di petroliere, ma anche infrastrutture strategiche sulla terraferma, in un arco che va dall’Iraq fino all’Oman, passando per il Bahrein. Si tratta, secondo quanto ricostruito, di un disegno preciso, volto a innescare un’impennata dei prezzi del greggio tale da rendere insostenibile per Washington la prosecuzione dell’offensiva militare congiunta con Israele, iniziata nelle scorse settimane.
Le prime avvisaglie di questa offensiva si sono avute nelle ore immediatamente precedenti l’alba, quando due navi cisterna sono finite nel mirino di attacchi condotti con imbarcazioni armate e droni al largo di Bassora, il crocevia petrolifero iracheno. Le petroliere colpite, la Safesea Vishnu – battente bandiera delle Isole Marshall – e la Zefyros, con bandiera di Malta, trasportavano carichi di carburante; a bordo della prima, di proprietà statunitense, un membro dell’equipaggio ha perso la vita, mentre il resto dei marinai è stato tratto in salvo. Le fiamme, divampate a bordo dei due mezzi, hanno illuminato il cielo notturno, e i video che circolano sui social mostrano colonne di fumo alzarsi in modo minaccioso all’orizzonte, confermando la vulnerabilità di una via d’acqua attraverso cui transita una fetta consistente del fabbisogno petrolifero mondiale.
Parallelamente agli assalti in mare aperto, l’attenzione degli analisti si è concentrata su quanto avvenuto in Bahrein, dove i Guardiani della Rivoluzione Iraniana hanno rivendicato il danneggiamento di serbatoi di stoccaggio di carburante nella municipalità settentrionale di Muharraq. La dinamica dell’attacco, che ha costretto le autorità locali a intimare alla popolazione di restare chiusa in casa per evitare l’inalazione di fumi tossici, dimostra come il raggio d’azione della rappresaglia iraniana si sia allargato a macchia d’olio, includendo obiettivi fissi di vitale importanza. Non va dimenticato, inoltre, quanto accaduto nel porto di Salalah, in Oman, dove un raid analogo ha causato un vasto incendio, portando alla temporanea sospensione delle operazioni in uno degli scali più importanti per l’export della regione.
Una guerra di logoramento giocata sulla fiducia dei mercati
Quella che si sta combattendo nello Stretto di Hormuz e nei suoi dintorni è una guerra che gli strateghi di Teheran hanno pianificato per essere lunga e logorante, consapevoli dell’impossibilità di un confronto diretto e simmetrico con la macchina bellica a stelle e strisce. L’obiettivo dichiarato, come ha avuto modo di spiegare la giornalista Virginia Pietromarchi in un’analisi per La7, non è tanto la vittoria sul campo, quanto la distruzione della fiducia che muove il mercato assicurativo e quello dei future sul petrolio. La minaccia di colpire una petroliera, anche solo la possibilità che ciò avvenga, è sufficiente a far lievitare i premi assicurativi e a scoraggiare gli armatori, creando di fatto un blocco navale che non necessita di essere fisicamente presidiato dalle navi da guerra iraniane.
L’effetto sui prezzi, del resto, non ha tardato a manifestarsi: il greggio ha superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile, vanificando in parte gli sforzi dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, che aveva tentato di immettere sul mercato milioni di barili dalle riserve strategiche per calmierare le quotazioni. La strategia iraniana mira proprio a questo: far sì che il costo del conflitto venga pagato dall’economia globale, e in particolare da quella americana, in un periodo politicamente sensibile come la vigilia delle elezioni di medio termine. L’amministrazione Trump, alle prese con l’impennata dei costi energetici, si trova così di fronte a opzioni limitate: il rilascio di riserve strategiche, l’ipotesi di limitare le esportazioni di greggio o persino la sospensione del Jones Act sono tutte misure che, sul breve periodo, rischiano di rivelarsi meri palliativi di fronte alla chiusura di fatto di una via d’acqua che movimenta un quinto dell’oro nero mondiale.
L’allargamento del fronte e le ripercussioni sugli alleati del Golfo
Osservando la cartina degli attacchi, emerge con chiarezza come nessuno dei piccoli emirati del Golfo, nonostante i loro tentativi di bilanciamento diplomatico, sia stato risparmiato. Non solo il Bahrein, sede della Quinta Flotta americana, ma anche il Kuwait, dove un drone ha centrato un edificio residenziale ferendo due persone, e gli Emirati Arabi Uniti, con Dubai che ha visto un velivolo senza pilota abbattersi nei pressi di un complesso residenziale a Creek Harbour. Persino il Qatar, che ospita la più grande base militare statunitense della regione e che aveva cercato di mantenere un canale di dialogo aperto con Teheran, ha dovuto constatare la sospensione della produzione di gas dal suo gigantesco giacimento, il cui fabbisogno, come ha sottolineato Pietromarchi, copre circa il venti per cento del mercato globale del gas naturale liquefatto.
Questa estensione geografica degli attacchi, che hanno colpito indifferentemente obiettivi in Arabia Saudita – con droni abbattuti mentre si dirigevano verso l’enclave diplomatica di Riad e il giacimento di Shaybah – e in Oman, ha una duplice valenza. Da un lato, intende dimostrare ai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo che la loro sicurezza è indissolubilmente legata a quella della Repubblica Islamica e che la loro acquiescenza all’operato di Washington li rende bersagli legittimi. Dall’altro, mira a colpire le fonti di reddito di quelle stesse monarchie, sperando che il malcontento sociale ed economico che ne potrebbe derivare le spinga a fare pressione sugli Stati Uniti affinché pongano fine alle ostilità. Una strategia complessa, che mescola l’alto potenziale distruttivo dei missili balistici con la precisione chirurgica di droni a basso costo, capaci di infliggere danni sproporzionati al loro valore, e che sta riscrivendo le regole del conflitto in Medio Oriente, trasformando ogni petroliera in un potenziale bersaglio e ogni raffineria in un campo di battaglia.




