Piano straordinario per i ricercatori: la proposta di emendamento e le critiche di chi è in trincea
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Redazione Interno
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Un emendamento alla legge di bilancio 2026, presentato dalla maggioranza, disegna i contorni di un Piano di reclutamento straordinario destinato al personale ricercatore universitario e a quello impegnato nei progetti del Pnrr presso gli enti di ricerca. Il testo, che prevede selezioni per ricercatori in tenure track negli atenei statali, arriva dopo mesi di mobilitazioni e in un clima di forte incertezza per decine di migliaia di lavoratori a tempo determinato. L'iniziativa legislativa, benché attesa, non convince però le organizzazioni sindacali, le quali giudicano l'intervento inadeguato rispetto all'emergenza reale che attanaglia il settore della ricerca pubblica italiana.
Un finanziamento giudicato insufficiente e una responsabilità "scaricata"
"Striminzito, tardivo e parziale": è il commento della segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, sul piano annunciato dalla ministra dell'Università Anna Maria Bernini. La critica principale verte sull'entità delle risorse e sulla struttura della proposta, accusata di scaricare sugli atenei statali l'onere finanziario per stabilizzazioni che, di fatto, potrebbero rivelarsi impossibili. Si parla, infatti, di oltre 35 mila contratti in scadenza tra università ed enti, cifra che include i 7.200 ricercatori a tempo determinato di tipo A ancora in ruolo, ai quali si sommano più di 2 mila posizioni già estintesi nell'ultimo anno. Il governo, secondo le stime sindacali, ne avrebbe individuati circa 4.500 come possibili destinatari del piano, ma la platea effettiva di chi lavora con contratti temporanei, incluse tutte le forme di collaborazione, sarebbe ben più ampia, sfiorando le 20 mila unità.
L'allarme dalla periferia del sistema: l'appello degli istituti Cnr umbri
La preoccupazione per una possibile emorragia di competenze specializzate, frutto di anni di investimenti pubblici, non è confinata alle sedi universitarie centrali. Un esempio concreto arriva dall'Umbria, dove i ricercatori precari del Consiglio Nazionale delle Ricerche hanno lanciato un appello accorato alle istituzioni locali e ai rappresentanti politici regionali. In quella regione operano sei istituti di ricerca – attivi in campi che vanno dalla protezione idrogeologica alla bioeconomia, dall'innovazione tecnologica al supporto alle imprese – il cui personale a termine rischia ora di vedere interrotta la propria attività. L'appello, che invoca un intervento immediato, mette in guardia dal pericolo di disperdere conoscenze e professionalità strategiche per il territorio, un patrimonio che, una volta dissolto, sarebbe difficilmente recuperabile.
La partita giocata sul filo delle scadenze contrattuali
Il nodo cruciale rimane dunque la tempistica. L'emendamento, che pure istituisce uno strumento dedicato, si muove sullo sfondo di scadenze contrattuali incombenti, molte delle quali legate proprio al ciclo di vita dei progetti finanziati dal Pnrr. Questa coincidenza temporale crea una zona d'ombra sulle reali capacità degli atenei di far fronte, con le proprie disponibilità di bilancio, a un onere di stabilizzazione così rilevante e concentrato. La sensazione, espressa dalle voci critiche, è che tra il numero dei ricercatori "coperti" dal piano governativo e la stima reale del precariato esistente ci sia un divario tale da lasciare fuori, inevitabilmente, una fetta consistente di professionisti. Senza contare che molti di loro, al termine dell'esperienza italiana, potrebbero essere costretti a cercare opportunità all'estero, alimentando quel fenomeno di fuga dei cervelli che il piano stesso dichiara, nelle intenzioni, di voler contrastare.




