Zelensky, la democrazia come ultima trincea
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Redazione Esteri
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In direzione contraria, parecchio ostinata, si muove la notizia che arriva da Kiev, dove Volodymyr Zelensky ha deciso di affrontare il nodo più spinoso di questa guerra non con un proclama ma con una proposta di democrazia diretta. In un briefing con i giornalisti, il presidente ucraino ha dichiarato che qualsiasi potenziale compromesso territoriale, inevitabilmente doloroso, dovrebbe trovare legittimazione non in un trattato siglato a porte chiuse ma nella volontà popolare, espressa attraverso elezioni o un referendum. "Credo che il popolo ucraino risponderà a questa domanda", ha affermato, spostando così l’asse del dibattito dalla sfera militare e diplomatica a quella costituzionale, in un momento in cui la pressione internazionale per una soluzione negoziata cresce.
La fretta americana e il nuovo scenario
Questa mossa, che alcuni leggono come un tentativo di prendere tempo e altri come un colpo di genio politico, arriva infatti in un contesto internazionale radicalmente mutato. La rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha infatti impresso una accelerazione improvvisa alle dinamiche del conflitto, con Washington che spinge per una rapida chiusura delle ostilità, una posizione che inevitabilmente ridisegna gli spazi di manovra di Kiev. La scommessa di Zelensky, il quale appare in giubbotto antiproiettile a Kupyansk mentre le truppe russe sono a un chilometro, è quindi duplice: resistere all’avanzata del nemico e al contempo gestire l’incalzare dell’alleato d’oltreoceano, il quale sembra voler chiudere la partita prima del previsto.
Il ritiro italiano e il senso di inutilità
In questo quadro complesso, mentre la NATO ribadisce attraverso il suo segretario generale che la sicurezza ucraina è sicurezza collettiva, anche l’Italia compie una sua scelta di campo, seppure in altro ambito. La posizione del ministro dell’Università, che parla di un “senso di inutilità” rispetto al sistema universitario, segna infatti un ulteriore ritiro, un ripiegamento che sembra riflettere una certa stanchezza domestica di fronte alle grandi questioni internazionali. È un segnale, tra i molti, di come l’attenzione pubblica si stia spostando, lasciando Kiev a dover combattere non solo sul campo ma anche sul fronte dell’interesse globale, sempre più volatile.
La partita nascosta e il peso della volontà popolare
La partita delle elezioni in Ucraina, quindi, diventa cruciale ben oltre il normale ciclo democratico. Zelensky, ponendo il popolo come arbitro finale su questioni territoriali, cerca di costruire una trincea politica invalicabile, una legittimità che nessun accordo futuro potrà facilmente scavalcarla. Si tratta di una mossa che cerca di ancorare il destino del paese alla sua sovranità popolare in un momento in cui le forze esterne, dalla fretta americana alle mosse russe in aree come la Transnistria, premono per soluzioni calate dall’alto. Resta da vedere se questa chiamata alle urne, in un paese martoriato e parzialmente occupato, sarà percepita come un atto di forza democratica o come l’ultima carta di una trattativa già avviata.




