Per sempre Gino su Rai 2, tra musica e memorie per ricordare il cantautore
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La televisione di Stato, talvolta goffa nei suoi slanci celebrativi, prova questa sera a raccogliere un’eredità artistica che per oltre sessant’anni ha attraversato la canzone d’autore italiana. A pochi giorni dalla scomparsa di Gino Paoli, avvenuta il 24 marzo 2026 all’età di novantun anni, Rai 2 manda in onda “Per sempre Gino”, una serata-evento che ne ripercorre la vita e la carriera attraverso un mosaico di ospiti, esecuzioni dal vivo e immagini d’archivio. L’appuntamento è per le ore ventuno di questa domenica 29 marzo 2026, e si preannuncia come un flusso continuo di parole e note, lontano dalla retorica funebre ma non privo di quella solennità che si riserva ai padri fondatori del melodramma quotidiano.
L’abbraccio della musica e le voci degli amici
Il racconto di una vita spregiudicata e bohémien – fatta di alcol, amori celebri, tentato suicidio e persino di una ferita insanabile come la morte del figlio Giovanni – viene affidato a chi quel mondo lo ha condiviso, almeno in parte. Gianni Morandi, ospite pochi giorni fa da Fabio Fazio a “Che Tempo che Fa”, ha restituito un aneddoto significativo: fu proprio Paoli, reduce dall’esperienza del Cantagiro del ’63 con “Sapore di sale”, a convincere lui e altri colleghi della stessa casa discografica a partecipare alla kermesse. “Ragazzi, è bellissimo – avrebbe detto – se venite anche voi, lo rifaccio l’anno prossimo”. Un dettaglio, questo, che restituisce il ritratto di un artista capace di trascinare, di fare gruppo senza mai scadere nel paternalismo.
Uno sguardo oltre i confini: il legame con la Spagna
La risonanza della sua opera, tuttavia, non si è fermata ai confini nazionali. Paoli, che in Spagna ha sempre goduto di un’attenzione particolare, vide “Sapore di sale” piazzarsi al secondo posto delle classifiche iberiche nel 1964, diventando uno dei tormentoni estivi di quella decade. E non fu un caso isolato: nel 1974 pubblicò “I semafori rossi non sono Dio”, uno dei suoi dischi più amati dalla critica, concepito esplicitamente come un omaggio al cantautore catalano Joan Manuel Serrat. Un’intesa, quella tra i due, nata da una comune visione della canzone come impegno civile e poesia popolare, lontana da ogni facile compiacimento melodico.
Il disagio di una celebrazione televisiva
C’è però un’altra faccia della medaglia, quella che emerge dal confronto – implicito e mai dichiarato – con altri tributi. Alcuni osservatori hanno notato come la serata condotta da Pierluigi Diaco, per quanto rispettosa, rischi di apparire imbarazzante se paragonata, per esempio, all’omaggio reso in passato a Ornella Vanoni. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”, cantava lui, convinto di essere destinato a qualcosa di più nobile di un impiego in banca. E invece, in qualche modo, il suo mondo si è ritrovato dentro uno studio televisivo, con i tempi stretti della messa in onda e le luci al neon. Nessun giudizio affrettato, ma la sensazione che una vita così densa – esistenzialista, ribelle, a tratti autodistruttiva – mal sopporti l’ingabbiamento del piccolo schermo, per quanto benintenzionato.
La scaletta, che alterna momenti cantati a testimonianze e filmati rari, cercherà comunque di restituire la complessità dell’uomo e del poeta. Resta, sullo sfondo, la certezza che canzoni come “Il cielo in una stanza” o “La gatta” continueranno a vivere di luce propria, al di là di ogni cerimonia televisiva.




