Crisi energetica 2026, lo smart working torna nel mondo per lo shock di Hormuz
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Redazione Interno
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Il prolungarsi del conflitto in Iran, arrivato ormai a un anno dall’escalation che nell’aprile del 2026 ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz, ha innescato uno shock energetico senza precedenti. E proprio quest’ultimo, a differenza di quanto si era visto durante la crisi del 2022, sta costringendo diversi governi – soprattutto quelli asiatici, storicamente più dipendenti dal petrolio mediorientale – a riattivare protocolli di lavoro da remoto che molti avevano accantonato dopo la fine delle emergenze legate al Covid. Non si tratta, va detto, di una misura generalizzata come quella di quattro anni fa, ma piuttosto di un tentativo calibrato di ridurre i consumi civili per dirottare le riserve verso i settori produttivi essenziali.
Il crollo dei listini e il peso sulle aziende europee
In Europa, dall’inizio del conflitto, lo Stoxx 600 – l’indice che raccoglie le principali società quotate del continente – ha perso il 6%, bruciando oltre 1.100 miliardi di capitalizzazione. Una cifra che, per chi ha memoria, supera già ora il tracollo registrato nelle fasi più acute della guerra in Ucraina. Secondo gli analisti di Bloomberg Intelligence, la chiusura dello Stretto di Hormuz, principale snodo mondiale per il transito delle materie prime, peserà sull’utile per azione dello Stoxx 600 più duramente dello shock inflazionistico di quattro anni fa. Le loro stime indicano una crescita dell’utile per azione di circa il 5% nel 2026, contro il 25,5% registrato nel 2022. Un dato, quest’ultimo, che fotografa bene la rigidità del sistema: le imprese hanno già assorbito rincari senza precedenti, ma ora i margini si stanno assottigliando rapidamente.
Gasolio e scorte: il nodo italiano
In Italia, dove si consumano 24 milioni di tonnellate di gasolio all’anno (fonte Unem), le scorte disponibili sono meno di due milioni di tonnellate secondo i dati Ocsit, l’Organismo centrale di stoccaggio italiano. Un rapporto che fa tremare i polsi, soprattutto se si considera che il gasolio – dopo il carburante per aerei – è il secondo prodotto petrolifero a rischio nel nostro Paese. Lo ha dichiarato di recente il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen al Financial Times, e la sua voce si aggiunge a un coro preoccupato che arriva anche da altri paesi del Sud Europa. Il primo problema, al momento, è il prezzo: le imprese di autotrasporto hanno già iniziato a sospendere i servizi non essenziali, mentre alcuni comuni del Nord stanno valutando il ritorno delle targhe alterne, non tanto per lo smog quanto per un risparmio forzato di carburante.
Razionamenti in Asia e Africa, l’Ue valuta lo scenario lockdown
La crisi energetica globale produce ormai effetti concreti su due continenti. In diversi Paesi asiatici – fra cui Pakistan, Bangladesh e alcune regioni dell’India – sono già scattate misure di razionamento elettrico che arrivano a dieci ore di interruzioni giornaliere. In Africa, nazioni come il Kenya e il Sudafrica hanno ridotto l’illuminazione pubblica e chiuso gli uffici amministrativi due giorni a settimana, riattivando di fatto lo smart working obbligatorio per centinaia di migliaia di dipendenti. E nell’Unione europea, sebbene la situazione sia meno drammatica sul fronte delle scorte strategiche, si valutano scenari di emergenza che ricordano i momenti più bui del lockdown. Non perché si tema un collasso sanitario, beninteso, ma perché il razionamento preventivo del gasolio per autotrazione e riscaldamento potrebbe rendere insostenibile la mobilità pendolare verso i grandi poli industriali di Germania, Francia e Italia. Così, tra un provvedimento e l’altro, la nostalgia dell’austerità lascia il posto a una routine fatta di riunioni da remoto, consumi ridotti all’osso e una consapevolezza nuova: che lo Stretto di Hormuz, da semplice linea sull’atlante, è diventato il vero interruttore dell’economia globale.




