Prezzo del latte in picchiata, le stalle lombarde affrontano una crisi profonda
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Redazione Economia
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La brina che avvolge la campagna padana sembra quasi un presagio, mentre dentro le stalle, dove l'aria è pesante di preoccupazione oltre che di odori consueti, gli allevatori fanno i conti con un crollo che minaccia le fondamenta stesse della filiera. Paolo Maccazzola, che a Settimo Milanese alleva duecento Frisone e presiede l'associazione Cia in Lombardia, non usa mezzi termini: «Se davvero ci trovassimo costretti a buttare via il latte, per noi sarebbe la fine». Una dichiarazione che fotografa lo stato d'ansia di un intero settore, dopo che tre anni di quotazioni più che favorevoli, arrivate a superare i 70 centesimi al litro, si sono infranti contro una brusca e repentina inversione di tendenza. La fase di vacche grasse, per usare un'espressione di comodo, è terminata lasciando il posto a una dinamica che gli stessi addetti ai lavori definiscono anomala e preoccupante in prospettiva, perché non si tratta delle consuete oscillazioni ma di una vera e propria caduta libera.
La forbice che strozza i produttori
Il dato più allarmante, quello che genera instabilità e timori concreti sul futuro immediato, è la forbice che si è creata tra le diverse quotazioni. Da una parte, infatti, il cosiddetto latte spot è sprofondato sotto la soglia psicologica dei 40 centesimi al litro, un valore che non copre i costi di produzione; dall'altra, il prezzo mediamente riconosciuto dalle industrie di trasformazione per il latte destinato, ad esempio, al Grana Padano, si attesta intorno ai 54-55 centesimi. Questa differenza, unita al calo generale, sta mettendo in ginocchio molte aziende, danneggiando l'intera filiera agroalimentare che da quel comparto fondamentale dipende. La Lombardia, regione cardine per la produzione nazionale, vive pertanto una fibrillazione palpabile, con le organizzazioni agricole che chiedono a gran voce misure urgenti di sostegno per scongiurare il collasso.
Il contesto europeo e il caso italiano
La crisi, del resto, non è un fenomeno isolato ma si inserisce in un quadro continentale altrettanto complesso. I dati più recenti confermano che a novembre il prezzo medio del latte bovino alla stalla in Europa ha registrato un calo significativo, scendendo di 1,53 euro per quintale rispetto al mese precedente. Se si allarga lo sguardo all'arco di un anno, il confronto con novembre dell'anno scorso mostra una riduzione ancora più marcata, di 2,37 euro per quintale. L'Italia, in questo scenario, non fa eccezione e anzi rispecchia fedelmente la tendenza negativa: nello stesso mese di riferimento il prezzo medio nazionale si è attestato a 56,55 euro al quintale, con un decremento di 1,7 euro rispetto a ottobre e di 2,37 euro su base annua. Numeri che, tradotti nella realtà quotidiana delle stalle, significano margini che si assottigliano fino quasi a scomparire.
Le ricadute su un settore già in affanno
La zootecnia e il settore agricolo più in generale stanno dunque affrontando un momento di grande difficoltà, il cui esito è tutt'altro che scontato. Il timore espresso da Maccazzola di dover arrivare allo spreco del latte, atto estremo e simbolico di una resa forzata, non è un'ipotesi remota ma il sintomo di una sofferenza concreta che attraversa le province. La caduta dei prezzi, definita indigesta dagli stessi operatori, rischia di compromettere non solo la sostenibilità economica delle aziende ma anche la qualità e la sicurezza di una filiera che è vanto del made in Italy agroalimentare. Senza interventi mirati che riequilibrino un mercato in tilt, il rischio è di vedere svanire un patrimonio di competenze e di strutture che non si potrà ricostruire da un giorno all'altro.




