Latte, prezzi in caduta libera e stalle in crisi: la tempesta perfetta che nessuno si aspettava

Latte, prezzi in caduta libera e stalle in crisi: la tempesta perfetta che nessuno si aspettava
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c'è pace per i produttori di latte, ormai migliaia di stalle italiane si trovano in una morsa che si è stretta in pochi mesi con una velocità che ha colto di sorpresa un intero comparto abituato, suo malgrado, alle oscillazioni del mercato. Dopo il picco di oltre 70 centesimi al litro toccato tra il 2022 e il 2023, la seconda metà del 2025 ha registrato un'inversione di tendenza spettacolare e drammatica.

I prezzi all'ingrosso sono scesi stabilmente sotto i 55 centesimi, con le quotazioni spot, quelle del latte crudo venduto giorno per giorno, che in diverse zone hanno toccato punte inferiori ai 40 centesimi.

I numeri di una crisi annunciata

Le ragioni di questo crollo sono molteplici e combinate tra loro, tanto da configurare quella che gli addetti ai lavori definiscono ormai una "tempesta perfetta". Da un lato, c'è un eccesso di offerta: la produzione di latte nell'ultimo quadrimestre del 2025 è aumentata del 3,2% in Italia e addirittura del 5% in media in Europa, con punte del 6,6% in Francia e del 6,8% in Germania. Contemporaneamente, i consumi hanno subito una frenata improvvisa, con un calo del 7% per il latte fresco, segno che qualcosa si è inceppato nel rapporto tra domanda e offerta.

Il peso dei costi e la concentrazione produttiva

Il problema è reso ancora più acuto dai costi di produzione, che, secondo i dati Ismea, si attestano tra i 50 e i 55 centesimi al litro per la maggior parte delle aziende. Questo significa che chi vende sotto quella soglia, come sta accadendo con il latte spot in molte regioni, lavora in perdita, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dell'attività. Per capire la portata della trasformazione in atto basti pensare che tra il 2014 e il 2024 gli allevamenti da latte in Italia sono diminuiti di un quarto, passando a poco più di 11.800 unità.

Nello stesso periodo, tuttavia, il numero di vacche è aumentato del 2,7% e le consegne di latte del 19%. Meno stalle, più grandi e più produttive, che però quando il mercato si contrae si ritrovano con una capacità produttiva difficile da smaltire.

Le trattative e gli accordi: un difficile equilibrio

In questo clima di incertezza, la politica è intervenuta con una serie di tavoli ministeriali. Dopo un accordo a fine 2025 che prevedeva un prezzo di 54 centesimi al litro a gennaio e 53 a febbraio, non rispettato da molti acquirenti, a marzo 2026 è stato raggiunto un nuovo accordo d'urgenza a 47 centesimi per il trimestre aprile-giugno.

Il 27 giugno, al terzo round di negoziati, è arrivata l'intesa per il secondo semestre del 2026 che prevede una progressione del prezzo: da 48 centesimi al litro a luglio e agosto, si salirà a 49 a settembre e ottobre, per chiudere a 50 centesimi a novembre e dicembre. Questa quotazione media semestrale di 49 centesimi sarà riconosciuta solo ai produttori che non supereranno i quantitativi del 2025, che è stato un anno record per i volumi; chi ha prodotto di più dovrà contrattare individualmente con l'industria, senza le tutele dell'accordo.

La reazione delle associazioni: tra cautela e allarme

Le associazioni di categoria hanno accolto l'accordo con sentimenti contrastanti. Da un lato, Coldiretti e Cia lo definiscono un passo importante per garantire maggiore stabilità al settore, ma con molta cautela. Il presidente di Cia, Cristiano Fini, ha avvertito che «manterremo alta la guardia» sul fronte delle eccedenze, considerato un punto delicato per la tenuta contrattuale dei produttori. Dall'altro lato, Confagricoltura e Copagri sono più critiche, sottolineando che l'intesa non risolve le criticità strutturali.

Confagricoltura Piemonte, pur giudicando l'accordo «positivo», ha fatto notare che per molte aziende i costi di produzione risultano ancora superiori ai prezzi fissati e che «resta necessario continuare a lavorare affinché agli allevatori venga riconosciuto un prezzo in grado di garantire la sostenibilità economica».

Le voci dal territorio: il caso di Frugarolo

L'astrattezza dei numeri si traduce in difficoltà concrete per gli allevatori. Daniele Brusasco, allevatore di Frugarolo, in provincia di Alessandria, ha raccontato la sua situazione: «Ad aprile dell'anno scorso ho prodotto 1.300 quintali di latte, lo stesso mese di quest'anno 1.500, eppure ho guadagnato 26 mila euro in meno». Brusasco, che gestisce un allevamento di circa 150 mucche fondato dal nonno nel 1913, ha sintetizzato il paradosso di un settore che produce di più ma guadagna di meno, un'equazione che sta mettendo in ginocchio molte aziende storiche.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.