Latte veneto in affanno: produzione in perdita e prezzi al collasso scuotono 2800 stalle
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Redazione Economia
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Il 2026 si apre, per il settore primario veneto, con l’amaro retrogusto di una crisi che sembrava superata e che invece torna a bussare con forza alle porte delle stalle, gettando un’ombra lunga sul futuro di un comparto che, fino a pochi mesi fa, appariva solido. A lanciare un allarme che non ammette ambiguità è la Cia Agricoltori Italiani del Veneto, la quale fotografa una situazione i cui contorni, sfumando rapidamente verso il rosso, stanno generando una palpabile inquietudine tra gli operatori. Il cuore del problema risiede in un mercato che, per sua natura, fatica a reagire con prontezza agli shock della domanda: il latte, prodotto deperibile che non può essere stoccato a lungo, impone dinamiche differenti rispetto ad altri beni, rendendo ogni contrazione dei consumi un evento immediatamente traumatico per la filiera.
Il crollo del "latte spot" e la morsa delle cooperative
Il termometro più sensibile di questa febbre del mercato è il cosiddetto “latte spot”, ovvero quella quota produttiva che eccede i volumi contrattualizzati e autorizzati, la cui compravendita avviene quindi sul momento a prezzi di borsa. Ebbene, da gennaio questo segmento è precipitatο, con le cooperative – che gestiscono gran parte della raccolta – costrette a richiedere agli allevatori una riduzione volontaria della produzione a fronte di consumi che languono. La diretta conseguenza, che sta strangolando i margini di migliaia di aziende, è il prezzo irrisorio riconosciuto per quel latte in eccesso: appena 27 centesimi al litro, una cifra che, come denunciano molti produttori, non copre neppure i costi di base per sostenere gli animali. Questo meccanismo, se protratto nel tempo, rischia di erodere non solo la redditività ma la stessa sopravvivenza economica di realtà spesso a conduzione familiare.
L'eco della crisi oltre i confini regionali
Il malessere, peraltro, non è confinato al solo Nordest, ma riecheggia con toni simili in altre regioni storiche per la produzione lattiera, come il Piemonte, dove le stime parlano di un calo del prezzo addirittura superiore, attorno al 20%. Anche lì, la tensione è palpabile e si è tradotta persino in gesti di estremo disagio, come il versamento simbolico di latte su una strada di Milano, azione che racchiude in sé tutta la frustrazione di chi si sente schiacciato da dinamiche di mercato imprevedibili. La tenaglia che stringe il comparto, del resto, ha due ganasce ben distinte: da una parte la caduta verticale della remunerazione alla stalla, dall’altra lo spettro di accordi commerciali internazionali, su tutti quello tra l’Unione Europea e i paesi del Mercosur, che potrebbero aprire le porte a massicce importazioni di prodotti lattiero-caseari a basso costo dal Sud America, ulteriormente deprimendo i prezzi interni.
La domanda senza risposta su una crisi di sistema
Ciò che rende l’attuale congiuntura particolarmente insidiosa è proprio la sua natura ambigua, che impedisce di tracciare scenari certi. La domanda di fondo, che gli allevatori si pongono con ansia crescente mentre controllano i bilanci sempre più in sofferenza, è se questa fase vada interpretata come una semplice e pur dolorosa flessione ciclica, un momento di passaggio dopo il quale i consumi potrebbero riassestarsi, oppure se si tratti dell’inizio di una criticità strutturale. Una criticità che potrebbe costringere a rivedere radicalmente modelli produttivi, dimensioni aziendali e rapporti di forza all’interno della filiera, con ripercussioni profonde sul tessuto economico e sociale di intere aree rurali. La risposta, al momento, giace nelle pieghe di un mercato globale volatile, mentre nelle stalle del Veneto si lavora già in perdita, attendendo un’inversione di tendenza che tarda ad arrivare.




