Il latte vale meno, trema il Nordovest: produzione tagliata e prezzi sotto i costi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La crisi del latte, un fenomeno ciclico che periodicamente scuote il settore agroalimentare, torna a bussare con insistenza alle porte delle stalle del Nord Italia, assumendo contorni che gli operatori giudicano preoccupanti. A lanciare l'allarme, in Veneto, è la Cia Agricoltori Italiani, la quale evidenzia come il 2026 si sia aperto sotto i peggiori auspici per gli allevatori, costretti a fare i conti con un mercato in netta contrazione. La domanda di prodotti lattiero-caseari, infatti, risulta in calo, una circostanza che, per la natura deperibile del bene, rende l'intero sistema particolarmente vulnerabile e poco incline ad adattamenti rapidi. La produzione che eccede le quote contrattuali, il cosiddetto latte spot, è quella che risente maggiormente dello shock, precipitando a valori che non coprono i costi di produzione: le cooperative, di fronte a un calo dei consumi, hanno iniziato a chiedere agli allevatori di contenere la produzione, corrispondendo per il latte fuori quota cifre irrisorie, attorno ai 27 centesimi al litro. Una situazione che mette a rischio la sopravvivenza dei 2800 allevamenti veneti specializzati, sollevando un interrogativo cruciale sulla natura transitoria o strutturale di questa nuova fase critica.

La tenaglia che stringe gli allevamenti

Lo scenario non è confinato al solo Nordest, ma si estende con dinamiche simili al Piemonte, dove la tensione è palpabile. Anche qui, la richiesta di ridurre i volumi produttivi arriva direttamente dalle strutture che gestiscono la compravendita, con il prezzo riconosciuto agli allevatori in forte ribasso. Stime di Coldiretti Torino parlano di un crollo vicino al 20%, una percentuale che fa tremare i produttori della regione, già provati da anni di mercato difficile. La fibrillazione del mondo dell'allevamento è alimentata da una pericolosa tenaglia: da un lato, le trattative commerciali internazionali, come l'accordo tra Unione Europea e Mercosur, che fanno temere un aumento delle importazioni di prodotti agricoli a basso costo dai paesi sudamericani; dall'altro, il crollo interno dei listini, che rende economicamente insostenibile l'attività per molte aziende.

Il crollo dello "spot" e il rischio contratti

Il termometro più immediato della crisi è il prezzo del latte spot, ceduto cioè al di fuori degli accordi di fornitura pluriennali. A livello nazionale, il suo valore è precipitato fino a toccare i 28-30 centesimi al litro, una cifra largamente al di sotto dei costi che gli allevatori devono sostenere per la mungitura, l'alimentazione del bestiame e la gestione delle strutture. Questo crollo, oltre a erodere immediatamente il già esiguo margine di guadagno, alimenta un timore ancora più profondo: che la logica al ribasso si trasferisca anche al momento del rinnovo dei contratti di conferimento di medio-lungo periodo, molti dei quali sono in scadenza. Se ciò avvenisse, la criticità attuale, seppur grave, potrebbe trasformarsi in una crisi generalizzata e sistemica dell'intero comparto, con effetti a catena su migliaia di aziende e sull'indotto.

La richiesta di un confronto urgente

Di fronte a un quadro così complesso, le organizzazioni di categoria chiedono interventi rapidi e un tavolo di confronto istituzionale. Confagricoltura Piemonte, sottolineando come la filiera lattiero-casearia regionale stia attraversando una fase di forte criticità a causa di una combinazione di fattori concomitanti, ha sollecitato l'avvio di un confronto in sede regionale. L'obiettivo è cercare soluzioni condivise per stabilizzare il mercato e proteggere un settore che, oltre al suo valore economico, rappresenta un presidio fondamentale per il territorio e la tutela del paesaggio rurale. La crisi dei prezzi, se non affrontata con strumenti adeguati, rischia di lasciare segni indelebili sulla capacità produttiva nazionale.

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