Sicilia, il prezzo del latte alla stalla scatena la polemica politica
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Redazione Economia
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Il malessere che percorre la zootecnia isolana, già provata da anni di siccità e da costi di produzione in continua ascesa, si è tradotto in un atto formale al Senato della Repubblica. Un'interrogazione parlamentare ha infatti posto sotto i riflettori la crisi del latte in Sicilia, concentrandosi in particolare sul sensibile calo dei prezzi pagati agli allevatori. Se le proteste più eclatanti, quelle del 2019 che videro migliaia di litri di latte versati nei campi come gesto di disperata denuncia, non si sono ancora riaccese con la stessa intensità, la tensione nel comparto rimane palpabile e carica di preoccupazione. La paura di un nuovo, ulteriore ribasso delle quotazioni da parte delle industrie di trasformazione, che qualcuno già dà per imminente, rischia di spingere molte aziende, già in forte sofferenza, verso il baratro. Un clima che rievoca, pur senza le medesime azioni plateali, le ragioni di quella rabbia che spinse gli allevatori a un gesto così estremo e simbolico, segno di un mercato percepito come profondamente ingiusto.
L'accordo nazionale per il 2026: una tregua temporanea
In questo quadro di incertezza diffusa, il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste è riuscito a mediare un'intesa tra le diverse anime della filiera, fissando un prezzo di riferimento per i primi tre mesi del 2026. L'accordo, raggiunto dopo settimane di negoziati serrati tra le rappresentanze degli allevatori e quelle dell'industria di trasformazione, stabilisce una quota di 54 centesimi al litro per il mese di gennaio, destinata a scendere a 53 centesimi a febbraio e a 52 a marzo. Si tratta di un punto di arrivo significativo, che prova a dare una risposta, seppure temporanea e circoscritta, alle tensioni esplose per il crollo generale delle quotazioni. La materia prima, del resto, è fondamentale per un comparto, quello dei formaggi a denominazione protetta, del burro e dello yogurt, che costituisce una fetta rilevante delle esportazioni e dell'immagine del Made in Italy agroalimentare nel mondo.
La Sardegna e l'allarme per il latte ovino
Mentre si discute dell'accordo nazionale, in Sardegna i pastori lanciano un nuovo allarme, che suona come un preoccupante déjà vu. A distanza di sei anni dalle proteste che portarono allo sversamento del latte, le prime trattative per i contratti di campionatura relativi al latte ovino segnalano infatti un arretramento delle quotazioni. Gli accordi iniziali, che fissano l’acconto, rivelano un calo di 10 centesimi al litro rispetto all’ultima campagna conclusa e addirittura di 20 centesimi se paragonati a quanto corrisposto nel 2023-2024. Una flessione che, se confermata, rischia di compromettere la già fragile redditività degli allevamenti dell'isola, riaccendendo le polemiche e la frustrazione tra chi, nella filiera, si sente costantemente l'anello più debole e sacrificato.
Le ombre della cronaca giudiziaria
A complicare ulteriormente il quadro del settore, si inseriscono indagini della magistratura che, in diverse regioni, hanno portato alla luce presunte distorsioni del mercato e pratiche commerciali opache. Senza scendere in dettagli espliciti che possano ledere la presunzione di innocenza, le inchieste in corso stanno esaminando le dinamiche di formazione dei prezzi e le relazioni tra alcuni trasformatori e la grande distribuzione organizzata. Sviluppi giudiziari che gettano un'ombra lunga su un comparto fondamentale per l'economia agricola nazionale, mostrando come la crisi degli allevatori possa essere alimentata non solo da congiunture sfavorevoli, ma anche da meccanismi che le forze dell'ordine e la magistratura sono chiamate a verificare.




