Il prezzo del latte alla stalla precipita, l’allarme degli allevatori: “Così non si coprono i costi”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’andamento del mercato lattiero-caseario in questo primo scorcio del 2026 sta assumendo i contorni di un paradosso economico difficile da interpretare per gli addetti ai lavori, se non con il ricorso – parola usata senza timore da più parti – alla speculazione. I dati, incrociando le rilevazioni Istat sui prezzi al consumo con i listini della Camera di Commercio di Verona, raccontano di una forbice che si allarga in maniera preoccupante: se da un lato il carrello della spesa continua a pesare sulle tasche degli italiani, con gli alimentari che trainano l’inflazione segnando un +2,1% su base annua, dall’altro il valore del latte crudo riconosciuto agli allevatori è sprofondato. In soli quattro mesi, come documentato dalle rilevazioni, la riduzione è stata superiore ai dieci euro per ogni cento chili, con la quotazione spot scesa a Verona ben al di sotto della soglia psicologica dei trenta centesimi al litro, un livello che, come spiegano le associazioni, rende semplicemente impossibile coprire i costi di produzione, stimati intorno ai cinquanta centesimi.
La fotografia scattata dagli istituti di ricerca specializzati come Ismea e Clal, con dati aggiornati allo scorso settembre, aggiunge un ulteriore elemento di complessità al quadro: la produzione nazionale di latte, invece di contrarsi, ha fatto segnare un incremento del 3,2%. Un aumento dell’offerta che si scontra, però, con una domanda interna in netta flessione, visto che il consumo di latte fresco è crollato del 7% nell’ultimo quadrimestre e quello a lunga conservazione ha perso l’1,2%. Uno squilibrio evidente tra ciò che esce dalle stalle e ciò che viene acquistato dai consumatori, e che trova un riflesso immediato proprio nella caduta verticale delle quotazioni alla produzione, mentre a valle, sugli scaffali della grande distribuzione, i rincari per i derivati e per il latte alimentare non accennano a fermarsi, alimentando la rabbia di chi produce e la perplessità di chi acquista.
La testimonianza dal Veneto e le iniziative regionali
In questo clima di incertezza, che qualcuno non esita a definire la crisi peggiore dai tempi del Covid, emergono le voci dirette di chi vive la stalla ogni giorno. Ennio Rosset, titolare di un’azienda agricola in Valbelluna e inserito nel sistema cooperativo di Lattebusche, ha descritto a un quotidiano locale un peggioramento repentino della situazione a partire dallo scorso novembre, sottolineando come sia sempre più complesso competere con i prezzi praticati dai privati. Un'accusa esplicita, quella di Rosset, che punta il dito contro chi, approfittando della congiuntura, immette sul mercato latte a prezzi irrisori. Una dinamica, questa, che non riguarda solo il Triveneto, ma che trova riscontro anche in altre regioni italiane, dove la pressione del latte spot – quello venduto sul mercato a pronti – e le importazioni dall’estero stanno mettendo in ginocchio interi comparti.
Parallelamente, nelle sedi istituzionali locali si cerca di correre ai ripari. Il Consiglio regionale del Veneto, raccogliendo le sollecitazioni che arrivano dal territorio, ha recentemente approvato una mozione che impegna la giunta a tutelare gli allevatori. Un provvedimento, quello discusso a Venezia, che punta a stringere accordi più equi con la Grande Distribuzione Organizzata e a sollecitare indagini approfondite per fare luce su eventuali fenomeni speculativi lungo la filiera. Un segnale politico importante, che però si scontra con la quotidianità di chi, come molti produttori trevigiani intervistati dalla stampa locale, parla di perdite secche e di un futuro che si fa sempre più incerto, nonostante gli accordi sul prezzo garantito sottoscritti a livello ministeriale per i primi mesi dell'anno.
La mobilitazione della Coldiretti e l'allarme sulle importazioni
Lo scenario di difficoltà ha spinto anche le organizzazioni agricole a innalzare il livello dell'allarme. In Molise, il presidente di Coldiretti Campobasso, Giacinto Ricciuto, ha lanciato un appello chiaro per mettere fine a quelle che definisce senza mezzi termini speculazioni ai danni dei produttori locali. Al centro della contestazione, oltre alla solita dinamica dei prezzi imposti dall'agroindustria e dalla distribuzione, finiscono le importazioni di latte dall'estero. Un flusso di materia prima a basso costo che, secondo Ricciuto, penalizza ingiustamente le aziende italiane, costrette a rispettare standard qualitativi e di benessere animale ben più stringenti e onerosi. Un danno che arriva proprio mentre la regione è in procinto di vedere riconosciuta la Dop per il "Fiordilatte molisano", un traguardo che dovrebbe valorizzare l'intera filiera e che invece rischia di essere vanificato da una concorrenza ritenuta sleale.
Il paradosso, dunque, rimane tutto sul tavolo. A fronte di una produzione interna che cresce e che cerca di posizionarsi sulla qualità e sulle certificazioni, come dimostrano le richieste di riconoscimento per i prodotti tipici, i prezzi pagati agli allevatori continuano a scendere. Un meccanismo che sembra premiare solo alcune fasi della catena, mentre alla base e al vertice – il produttore e il consumatore finale – restano a stretto contatto con la crisi: il primo non riesce a coprire i costi, il secondo si trova a pagare il latte e i suoi derivati sempre di più, alimentando un circolo vizioso di cui, al momento, non si intravede la soluzione, nonostante i tavoli di crisi e le mozioni regionali.




