Latte versato a fiumi, il gesto disperato delle stalle italiane
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Redazione Economia
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Un fiume bianco, denso e schiumoso, si riversa impetuoso sul pavimento di una stalla, in un video che, diffuso ormai capillarmente sui social, è divenuto il simbolo plastico di una crisi profonda. L’immagine, registrata in un’azienda di Grassobbio nei primi giorni dell’anno e diffusa da Copagri Lombardia, mostra una perdita calcolata: tremila litri di latte, la produzione giornaliera di quella fattoria, vengono deliberatamente gettati via. La voce in sottofondo, carica di frustrazione, spiega la radice di un atto che sembra una follia economica ma che è, nella sostanza, una testimonianza amara. Il motivo risiede nel mancato ritiro della materia prima da parte degli industriali, a dispetto degli accordi siglati a dicembre con il ministero dell’Agricoltura, e nelle cosiddette disdette che lasciano i produttori senza sbocco per il loro lavoro.
Il crollo del prezzo e le proteste sotto i palazzi del potere
Quella scena non è un episodio isolato né fine a se stesso, ma si inserisce in un quadro nazionale di malessere che ha portato le proteste fisicamente sotto i palazzi delle istituzioni. A Milano, ad esempio, alcuni agricoltori hanno rovesciato latte davanti al Pirellone, durante una manifestazione che ha visto protagonisti i trattori. Angelo Distefano, portavoce del Coapi, ha chiarito senza mezzi termini le ragioni di un gesto così plateale, sottolineando come il prezzo pagato agli allevatori sia ormai inferiore al costo di produzione e come il ritiro non sia più garantito. Si tratta di una spirale perversa, nella quale gli allevatori, già strangolati dai rincari di energia e mangimi, si vedono privati persino della possibilità di vendere il frutto del loro impegno.
La tempesta perfetta che colpisce il settore
La situazione, del resto, assume i contorni di una tempesta perfetta, con epicentri critici in regioni storicamente vocate come il Piemonte, dove il comparto lattiero-caseario cuneese naviga in acque agitatissime. Qui, il prezzo del latte cosiddetto “spot”, quello venduto cioè fuori dai contratti di conferimento, è crollato a livelli insostenibili, attestandosi su valori che oscillano tra i 28 e i 30 centesimi al litro. Un dato allarmante, che non solo minaccia la sopravvivenza delle singole aziende, ma che rischia di trascinare con sé l’intera filiera in una crisi di carattere strutturale. Il timore, più che fondato, è che questo ribasso del mercato libero influenzi pesantemente anche la trattativa per il rinnovo dei contratti ordinari, inchiodando i produttori a cifre che non coprono neanche le spese basilari.
Le richieste di intervento e lo spettro del latte straniero
A complicare ulteriormente il panorama, come segnalato dalle organizzazioni di categoria, si aggiunge la pressione competitiva del latte d’importazione, spesso offerto a prezzi stracciati che rendono ancor più difficile la tenuta del mercato interno. Di fronte a questo scenario, Confagricoltura Piemonte ha formalmente chiesto l’attivazione urgente di un tavolo regionale, nella speranza di trovare soluzioni concertate che possano scongiurare un’ondata di chiusure. La posta in gioco, infatti, non è soltanto economica ma investe la tenuta di un settore primario e di un patrimonio di know-how e di presidio del territorio che, una volta disperso, sarebbe difficile se non impossibile ricostituire. Le immagini del latte che scorre via, dunque, non sono solo un atto di protesta, ma il sintomo inequivocabile di un allarme che risuona dalle stalle.




