Energia, il Golfo persico torna al centro della guerra globale e la svizzera paga il conto salato

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in corso nel Golfo Persico, con le sue rotte marittime trasformate in teatri di conflitto e gli impianti energetici presi di mira, ha riaperto una ferita profonda nel sistema economico globale, quella della vulnerabilità energetica, e l’onda d’urto, inaspettatamente potente, ha raggiunto anche l’economia elvetica, tradizionalmente considerata un’isola felice. Secondo le stime di Cyril Brunner, ricercatore del Politecnico di Zurigo (ETH), pubblicate nei giorni scorsi dal Tages-Anzeiger, il rincaro delle importazioni di carburanti e combustibili fossili potrebbe imporre alla Svizzera un costo aggiuntivo annuo compreso tra i 4 e i 5 miliardi di franchi. Un dato, quest’ultimo, che fotografa con crudezza la fine di un decennio caratterizzato dall’illusione di un’energia abbondante e accessibile, sostituita ora dalla dura realtà di un mercato che torna a essere, di fatto, un’arma strategica.

La nuova geografia del conflitto e la mossa di teheran

A quasi un mese dall’inizio degli scontri, la strategia iniziale di Washington e Tel Aviv – che puntavano a una guerra lampo per ridisegnare rapidamente gli equilibri regionali – si è scontrata con la resistenza inattesa del regime iraniano. Quest’ultimo, lungi dal cedere militarmente, ha scelto di spostare il baricentro dello scontro su un terreno più insidioso per l’Occidente: l’economia globale. Colpendo le infrastrutture energetiche e, più in generale, mettendo a rischio la stabilità delle esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz – un passaggio obbligato per una parte preponderante degli approvvigionamenti mondiali – Teheran ha dimostrato di poter trasformare il proprio potenziale di vittima in un boomerang per le nazioni importatrici.

Questa nuova fase del conflitto, che alcuni analisti non esitano a definire come una guerra economica a tutti gli effetti, ha già prodotto effetti tangibili sui listini. Il prezzo del petrolio, in particolare quello destinato alla produzione di olio da riscaldamento, ha subito un’impennata che ne ha di fatto raddoppiato il valore rispetto ai mesi precedenti il nuovo fronte di guerra. È un meccanismo, quello dell’impennata dei costi, che agisce come una tassa occulta sulle economie più industrializzate, alimentando l’inflazione e comprimendo la capacità di spesa di famiglie e imprese.

L’europa tra dipendenza e misure di emergenza

Per l’Europa, il cui tessuto economico è ancora convalescente dopo le scosse telluriche seguite all’invasione dell’Ucraina quattro anni fa, la crisi iraniana rappresenta un déjà-vu amaro, aggravato però da un contesto di risorse statali già messe a dura prova. Il vecchio continente, dipendente per una quota rilevante dalle importazioni di energia, si trova nuovamente a dover fronteggiare uno shock esogeno senza margini di manovra ampi. Le reazioni, in queste circostanze, si stanno articolando su due fronti complementari: da un lato, si registrano pressioni crescenti sui colossi petroliferi affinché assorbano parte degli aumenti senza riversarli integralmente sul consumo finale; dall’altro, diversi governi stanno attingendo a piene mani dalle casse pubbliche per finanziare sussidi e misure tampone, un’operazione che rischia di riaprire i contenziosi sul debito nazionale, dopo la pausa degli ultimi due anni.

La situazione, tuttavia, presenta un’ulteriore complessità rispetto al passato. Se allora il conflitto in Ucraina aveva imposto un brusco scollamento dalle fonti russe, oggi lo scenario si complica per la centralità del Golfo Persico nel sistema degli approvvigionamenti. Il blocco, anche solo parziale, dello Stretto di Hormuz non colpirebbe soltanto il costo del petrolio, ma l’intera catena logistica globale, dal trasporto merci alla produzione industriale, con ricadute che si misurano in termini di crescita economica e stabilità sociale.

Il ritorno al centro del sistema

Se si osserva il quadro generale, emerge con chiarezza un fenomeno che gli economisti avevano dato per scontato solo fino a qualche anno fa: l’energia, dopo un decennio di relativa marginalità nei dibattiti geopolitici, torna a essere il fulcro attorno a cui ruotano inflazione, crescita e traiettorie tecnologiche. Il vincolo strutturale rappresentato dalla dipendenza dai combustibili fossili, in un momento in cui le transizioni green procedono a velocità differenziate tra i vari Paesi, si ripropone con la sua forza più brutale. Gli indici di borsa, in queste settimane, fotografano uno scenario che sembra guardare al passato, premiando i titoli legati all’energia tradizionale e punendo quelli più esposti ai cicli economici virtuosi.

Per la Svizzera, il dato diffuso dal Politecnico di Zurigo non è soltanto una cifra astratta: rappresenta la materializzazione di un rischio sistemico. I 4-5 miliardi di franchi di costi aggiuntivi annuali stimati equivalgono a una manovra correttiva silenziosa che si abbatterà sulle partite correnti del Paese, con effetti che, se prolungati nel tempo, rischiano di alterare la competitività delle sue imprese e il potere d’acquisto dei suoi cittadini. Una situazione, questa, che restituisce l’immagine di una nazione solitamente protetta dalle turbolenze, ora esposta alle stesse tempeste energetiche che sconvolgono i mercati globali.

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