Afghanistan, cinque anni dopo la presa di Kabul: il bilancio tra diritti negati e crisi umanitaria
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Redazione Esteri
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Il 15 agosto 2021, i talebani entravano a Kabul senza incontrare resistenza. Cinque anni dopo, il quadro che emerge è quello di un Paese intrappolato in una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo, con una popolazione stremata dalla fame e un sistema di diritti sistematicamente smantellato, in particolare per le donne e le ragazze.
In queste settimane, organizzazioni internazionali e agenzie Onu hanno tracciato un bilancio impietoso di questo quinquennio, evidenziando come la promessa di un governo più moderato si sia rivelata una finzione, mentre il regime cerca una legittimazione internazionale che, a oggi, solo la Russia ha concesso formalmente.
La segregazione di genere e l'istruzione negata
Il dato forse più emblematico della regressione afghana riguarda l'istruzione secondaria: secondo l'Unicef, dal 2021 a oltre 2,6 milioni di ragazze è stato negato l'accesso alla scuola superiore. Un'intera generazione, quella che aveva appena iniziato a intravedere prospettive diverse, si è vista chiudere le porte in faccia. L'istruzione universitaria è stata a sua volta proibita, mentre alle donne è stato progressivamente interdetto quasi ogni spazio pubblico.
L'ultimo decreto del giugno 2026 ha legalizzato di fatto i matrimoni precoci, mentre altri provvedimenti hanno istituzionalizzato la supremazia maschile all'interno delle famiglie, abolendo l'uguaglianza giuridica tra i coniugi e limitando la capacità delle donne di denunciare violenze a meno che non lascino segni visibili o fratture evidenti. È un sistema che, come hanno denunciato esperti Onu, configura gli estremi di un "apartheid di genere", una persecuzione sistematica che priva metà della popolazione dei suoi diritti fondamentali.
Le restrizioni non si fermano alla scuola e al lavoro: le donne sono state allontanate da parchi, palestre, bagni pubblici e saloni di bellezza, mentre per uscire di casa è obbligatoria la presenza di un tutore maschile. Ne consegue che più della metà delle afghane dichiara di uscire di casa due volte al mese o meno, e quasi tre quarti si sentono insicure a muoversi senza un mahram. Con una partecipazione al mercato del lavoro femminile ferma al 7%, il Paese sta perdendo non solo un patrimonio di competenze, ma anche la possibilità di un rilancio economico.
Economia della droga e sicurezza: il paradosso dell'oppio
Cinque anni fa, l'Afghanistan era di gran lunga il primo produttore mondiale di oppio, alimentando quasi l'80% del mercato globale dell'eroina. Oggi, la superficie coltivata a papavero da oppio è crollata da oltre 232.000 ettari a circa 10.200, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine. Il bando imposto dai talebani nell'aprile 2022 è stato infatti efficace nel ridurre drasticamente le coltivazioni, anche se la diminuzione dell'offerta ha fatto impennare il prezzo della materia prima, da 75 a 750 dollari al chilogrammo.
Per i piccoli agricoltori, che dipendevano da quella coltura per sopravvivere, la perdita di reddito è stata devastante, mentre le scorte accumulate prima del divieto continuano ad alimentare il traffico internazionale e la produzione di eroina. Le organizzazioni criminali, parallelamente, stanno virando verso droghe sintetiche come la metanfetamina, più facili da produrre e difficili da tracciare, con un aumento dei sequestri del 50% nell'ultimo anno.
Sul fronte della sicurezza, i talebani sostengono di aver eliminato la minaccia dello Stato Islamico nella provincia di Nangarhar, ma le fonti internazionali segnalano invece una presenza ancora radicata del gruppo, che controlla traffici illeciti ed estrazione di minerali lungo il confine pakistano. La tensione con il Pakistan è anzi sfociata in un aperto conflitto militare, che ha causato centinaia di vittime civili e complica ulteriormente gli equilibri regionali.
La crisi umanitaria e l'isolamento internazionale
Il quinto anniversario del ritorno dei talebani trova l'Afghanistan in una condizione di emergenza permanente. Circa 21,9 milioni di persone, quasi la metà della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere, mentre oltre 17 milioni soffrono di insicurezza alimentare acuta. La siccità prolungata e il collasso dei servizi essenziali aggravano un quadro già compromesso, reso ancora più critico dai rimpatri forzati da Iran e Pakistan, che hanno costretto al rientro oltre 6 milioni di afghani negli ultimi due anni.
Un afflusso massiccio che mette a dura prova comunità locali già allo stremo, in un Paese dove le infrastrutture sono fatiscenti e le risorse idriche scarseggiano. Sul piano diplomatico, il regime di Kabul resta in uno stallo: la Russia è l'unico Paese ad aver riconosciuto formalmente il governo talebano, mentre Cina, Emirati Arabi Uniti e Kazakistan accettano ambasciatori senza concedere il pieno riconoscimento.
L'Occidente, Stati Uniti in testa, mantiene una linea dura, limitandosi a un dialogo tecnico per gli aiuti umanitari e condizionando qualsiasi normalizzazione a passi concreti sui diritti umani. Una posizione che, tuttavia, rischia di lasciare il Paese in un limbo, governato da un regime che non viene legittimato ma che continua a esercitare un controllo ferreo sulla popolazione, mentre i finanziamenti per gli aiuti internazionali si riducono drasticamente, mettendo a rischio la sopravvivenza di milioni di persone.
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