Il portavoce militare iraniano avverte: “Se colpiscono Kharg, reagiremo contro gli impianti petroliferi nemici”. E sul futuro dello Stretto di Hormuz, Teheran rilancia l’idea di un nuovo protocollo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La macchina bellica di Teheran, nonostante la perdita di figure di primo piano come l’ex capo della sicurezza Ali Larijani, assassinato in un raid attribuito a Israele, mostra i muscoli e rilancia la sua dottrina strategica su due fronti paralleli: quello della minaccia militare diretta e quello della ridefinizione delle regole del gioco nel Golfo. Da un lato, il portavoce delle Forze armate, il generale di brigata Abolfazl Shekarchi, ha lanciato un monito chiarissimo a Washington e ai suoi alleati, mettendo nero su bianco la dottrina della risposta asimmetrica. L’Isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano e vero e proprio cuore pulsante dell’export energetico del Paese, è considerata linea rossa: qualsiasi attacco contro di essa, ha dichiarato Shekarchi in una nota ripresa dall’agenzia Tasnim, scatenerebbe una reazione immediata e devastante contro tutti gli impianti petroliferi e del gas della nazione che avesse lanciato o appoggiato quell’aggressione. Una dichiarazione, questa, che non lascia spazio a interpretazioni e che trasforma ogni infrastruttura energetica del Golfo in un potenziale bersaglio, in un’escalation orizzontale del conflitto che farebbe precipitare i mercati globali in una turbolenza senza precedenti.

Parallelamente alla durezza della minaccia militare, si fa strada la proposta di un nuovo ordine nella regione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato da Al Jazeera, ha gettato lo sguardo oltre la fase acuta del conflitto, immaginando un futuro in cui lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, sia regolato da regole diverse. La sua idea è quella di un “nuovo protocollo” sulla navigazione, un accordo che dovrebbe essere messo a punto esclusivamente dai Paesi che si affacciano sul Golfo, in quanto “parti principali su questa questione”. Una posizione che, di fatto, esclude le potenze extraregionali, Stati Uniti in testa, dal tavolo decisionale su quella che è la via d’acqua più strategica del pianeta. L’Iran, che già nelle scorse settimane aveva chiuso il passaggio alle petroliere dirette verso i nemici, rivendica così un ruolo egemonico nella definizione delle future norme di transito, un tema che sarà certamente al centro di aspre contese diplomatiche quando, e se, le armi taceranno.

Sul terreno, intanto, la guerra non conosce soste e si frammenta in una miriade di teatri operativi, confermando la natura multi-frontale del conflitto. Le forze israeliane hanno allargato il raggio dei loro bombardamenti in Libano, colpendo per due volte nel giro di poche ore il centro di Beirut: prima il quartiere di Bashoura, poi Zuqaq al-Blat, aree densamente popolate dove le esplosioni hanno seminato panico e distruzione, senza che per il secondo attacco fosse stato diramato alcun preavviso. Nella valle della Bekaa, a Sahmar, un raid ha raso al suolo quattro case, causando vittime civili, mentre il bilancio complessivo fornito dalle autorità libanesi parla ormai di oltre 900 morti e più di un milione di sfollati dall’inizio dell’offensiva israeliana. La risposta iraniana non si è fatta attendere e ha varcato i confini del conflitto diretto con Israele: un missile lanciato da Teheran è atterrato nelle vicinanze del quartier generale militare australiano ad Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, un episodio che il primo ministro australiano Anthony Albanese ha prontamente confermato, sottolineando con sollievo l’assenza di feriti tra i suoi connazionali.

A Tel Aviv, l’impatto della guerra si è materializzato in una tragedia consumatasi nel sobborgo di Ramat Gan, dove una bomba a grappolo di fabbricazione iraniana è esplosa, uccidendo due persone, un uomo e una donna, come reso noto dal servizio di ambulanze Magen David Adom. L’escalation non ha risparmiato nemmeno l’Iraq: nella notte, un attacco con droni ha preso di mira l’ambasciata statunitense a Baghdad, con alcuni ordigni caduti nelle vicinanze del perimetro di sicurezza, in quello che appare come un ulteriore tassello della strategia iraniana di logoramento e pressione sugli interessi americani nella regione. Persino la sicurezza nucleare è finita nell’occhio del ciclone: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha segnalato la caduta di un proiettile di artiglieria nelle vicinanze della centrale di Bushehr, nel sud dell’Iran, un incidente che, pur senza aver provocato danni al reattore, ha fatto tremare la comunità internazionale per il rischio di un disastro ambientale senza precedenti.

La solidità del sistema politico iraniano e la reazione a catena nelle cancellerie arabe

Nonostante il peso specifico delle figure eliminate, a partire da Ali Larijani, descritto da molti osservatori come un mediatore sofisticato e una colonna portante dell’establishment, il regime di Teheran si sforza di proiettare un’immagine di granitica stabilità. Lo stesso ministro Araghchi, sempre ad Al Jazeera, ha respinto con forza l’idea che la morte di un singolo individuo, per quanto influente, possa scalfire le fondamenta della Repubblica Islamica, paragonando la situazione alla resilienza mostrata dopo l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei. Un messaggio, questo, rivolto tanto all’interno, per rassicurare una popolazione provata dalla guerra e dalle sanzioni, quanto all’esterno, per negare a Israele e Stati Uniti la vittoria strategica del collasso del sistema. E mentre Teheran teorizza la propria indistruttibilità, i Paesi arabi del Golfo tentano faticosamente di trovare una posizione comune: l’Arabia Saudita ha convocato per questa sera a Riyad una riunione d’emergenza con i ministri degli Esteri di diverse nazioni arabe e islamiche. Un vertice che nasce dall’urgenza di fermare l’escalation e discutere misure per la sicurezza regionale, ma che si trova a dover gestire il difficile equilibrio tra la condanna degli attacchi iraniani, che hanno recentemente coinvolto anche Stati come la Giordania, e la pressione popolare contro le operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano.

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