Graviano, il legale: «Quella carta su Berlusconi può recuperarla solo da uomo libero»
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Redazione Interno
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Il boss Giuseppe Graviano «ritiene di sapere dov’è la carta privata» che proverebbe i rapporti economici di suo nonno materno con Silvio Berlusconi, ma la potrebbe recuperare soltanto «da uomo libero». Lo ha detto al Fatto l’avvocato Antonio Sanvito, difensore del capomafia, a margine del processo fiorentino in cui Salvatore Baiardo, l’ex gelataio di Omegna, è imputato di calunnia ai danni del giornalista Massimo Giletti.
La dichiarazione dell’avvocato aggiunge un tassello a una vicenda che da giorni tiene banco nelle cronache giudiziarie e politiche, incentrata su una presunta società tra il nonno di Graviano, Filippo Quartararo, e il fondatore di Fininvest, risalente al 1969-1970.
La deposizione in aula
In videocollegamento dal carcere di Cagliari, dove è detenuto da 32 anni al regime del 41bis per le stragi del 1993 e per l’assassinio di don Pino Puglisi, Graviano ha deposto come teste davanti ai pubblici ministeri Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri. Ha raccontato che suo nonno materno Filippo Quartararo «fece una società con Berlusconi Silvio nel 1969-70» per investire denaro proprio e di altri imprenditori palermitani nel settore dell’edilizia: «Lui mise 4-5 miliardi di lire ma la somma complessiva dell’investimento era di 20 miliardi di lire».
Secondo la sua versione, il 20 per cento delle ricchezze prodotte da quegli investimenti sarebbe dovuto tornare agli investitori, ma per la sua famiglia se ne occupava il cugino Salvatore. «Io non ho mai ricevuto nulla da questi investimenti», ha precisato.
Graviano ha sostenuto di aver saputo della società dopo la morte del padre Michele, assassinato il 7 gennaio 1982, quando il nonno gli raccontò dell’investimento e gli chiese di seguirlo insieme al cugino. Tra il 1982 e il 1983, sempre secondo il suo racconto, sarebbe avvenuto un incontro a Milano in un albergo con Berlusconi, presenti lui, il nonno e il cugino Salvo. Il boss ha poi parlato di una «carta privata» che attestava l’esistenza degli investimenti e che conterrebbe i nomi degli investitori: «C’erano, ma non posso confermare bene», ha risposto ai magistrati.
Ha inoltre riferito di altri presunti incontri con Berlusconi, uno nel 1986 mentre era latitante e uno nel dicembre 1993, poco prima dell’arresto avvenuto il 27 gennaio 1994 in un ristorante di Milano. Quest’ultimo incontro, ha detto, serviva «per sistemare tutto» e per fissare la data del febbraio 1994 in cui formalizzare i nomi delle persone da inserire nelle società.
La reazione della famiglia e di Forza Italia
Le dichiarazioni del capomafia hanno provocato una reazione immediata da parte della famiglia Berlusconi e della classe dirigente di Forza Italia. Marina Berlusconi, figlia dell’ex presidente del Consiglio e presidente di Fininvest, ha scritto una lettera pubblicata su Il Giornale definendo il processo «un monumento all’ipocrisia giudiziaria»: secondo lei, «un feroce boss si è travestito da pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio», trascinando sul banco degli imputati «chi non può nemmeno difendersi».
Il segretario di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani si è detto «indignato per le accuse infamanti formulate senza contraddittorio in aula», parlando di «un accanimento giudiziario che va addirittura oltre la morte» e che «mina i principi dello Stato di diritto». La presidente dei senatori azzurri Stefania Craxi ha sottolineato che «siamo di fronte a racconti che si fondano esclusivamente sulle parole di un boss mafioso condannato per gravissimi delitti e che ripropongono tesi più volte smentite dai fatti».
Il processo e la foto mai trovata
Il procedimento in corso a Firenze vede imputato Salvatore Baiardo, ex gelataio di Omegna già condannato in passato per favoreggiamento dei fratelli Graviano, per calunnia aggravata ai danni di Massimo Giletti con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Al centro della vicenda c’è una presunta fotografia risalente agli anni Novanta che ritrarrebbe Giuseppe Graviano, Silvio Berlusconi e l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino seduti in un bar sul lago d’Orta. Baiardo avrebbe mostrato quella foto a Giletti, per poi negarne l’esistenza davanti ai pubblici ministeri fiorentini.
La fotografia non è mai stata trovata nonostante le perquisizioni disposte dalla Procura. Lo stesso Graviano, in aula, ha definito «falsità» l’esistenza dello scatto. I pm De Gregorio e Gestri giungeranno alle loro conclusioni il prossimo 2 novembre, quando si esprimeranno anche sull’aggravante mafiosa contestata all’imputato.
Le versioni già note e i precedenti giudiziari
La storia dei presunti rapporti economici tra la famiglia di Graviano e Berlusconi non è nuova. Il boss l’aveva già accennata nel 2020 al processo «Ndrangheta stragista» a Reggio Calabria, parlando di un incontro e di una carta privata. In quell’occasione le sue dichiarazioni erano state giudicate inattendibili dai pm di Caltanissetta. Nel 2004 la procura di Palermo aveva escluso un ingresso di capitali esterni in Fininvest sulla base di una consulenza di un funzionario della Banca d’Italia.
Il 16 ottobre 2025 la Cassazione ha reso definitiva una sentenza secondo cui non risulta mai processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa Nostra nelle imprese berlusconiane. La difesa di Berlusconi ha sempre bollato le accuse di Graviano come destituite di ogni fondamento e diffamatorie. Resta il fatto che il boss, tramite il suo avvocato, continua a sostenere di sapere dove si trovi quel documento e di poterlo recuperare soltanto una volta fuori dal carcere.
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