L'avvocato di Graviano: "Quella carta sugli affari con Berlusconi può recuperarla solo da uomo libero"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il boss Giuseppe Graviano sostiene di sapere dove si trovi la carta privata che proverebbe i rapporti economici tra suo nonno materno e Silvio Berlusconi, ma secondo il suo legale sarebbe in grado di recuperarla soltanto una volta scarcerato. Lo ha dichiarato l'avvocato Antonio Sanvito al termine dell'udienza fiorentina, spiegando che il documento non è mai stato acquisito agli atti e che il suo assistito ne rivendica l'esistenza da anni senza essere riuscito a indicarne l'ubicazione.

La deposizione in videocollegamento

Giuseppe Graviano, detenuto al 41 bis e condannato all'ergastolo per le stragi del 1993, ha deposto come testimone nel processo che vede imputato Salvatore Baiardo per calunnia aggravata ai danni del giornalista Massimo Giletti. In videocollegamento dal carcere di Cagliari, il boss di Brancaccio ha ripetuto quanto già sostenuto in altre sedi giudiziarie: tra il 1969 e il 1970 suo nonno Filippo Quartararo e altri imprenditori palermitani avrebbero prestato complessivamente 20 miliardi di lire a Berlusconi, con una quota del 20% destinata agli investitori.

Secondo la sua ricostruzione, il nonno avrebbe messo personalmente tra i quattro e i cinque miliardi, mentre la parte restante sarebbe stata conferita da altri soggetti.

Graviano ha raccontato di aver appreso dell'operazione soltanto dopo l'omicidio del padre Michele, avvenuto nel gennaio 1982, quando fu il nonno materno a informarlo dell'esistenza di una scrittura privata che avrebbe dovuto formalizzare i rapporti. Il boss ha parlato di almeno tre incontri con Berlusconi, il primo dei quali sarebbe avvenuto in un albergo milanese alla presenza del nonno e del cugino Salvatore Graviano, mentre l'ultimo risalirebbe al dicembre 1993, poche settimane prima dell'arresto nel ristorante di Milano.

In quella circostanza si sarebbe discusso della formalizzazione dei rapporti economici in essere, ma dei proventi promessi, secondo quanto riferito dal boss, sarebbe stato restituito soltanto qualcosa.

La reazione di Forza Italia e della famiglia

Le dichiarazioni hanno provocato una reazione immediata da parte di Forza Italia, che ha parlato di accuse infamanti e prive di riscontri. Il segretario del partito e vicepremier Antonio Tajani ha definito le parole del boss il segno di un accanimento giudiziario che va oltre la morte, mentre la presidente dei senatori Stefania Craxi ha sottolineato che racconti fondati esclusivamente sulle parole di un mafioso condannato non possono trasformarsi in verità per sola reiterazione.

La vice segretario Deborah Bergamini ha parlato di un espediente mediatico volto a macchiare la memoria di chi non può più difendersi, e il presidente della Commissione Esteri del Senato Maurizio Gasparri ha contestato l'uso politico della giustizia.

Sul fronte giudiziario, la difesa di Baiardo ha chiesto la nullità degli atti relativi ai verbali delle deposizioni di Graviano, eccezione che è stata respinta dal tribunale. L'imputato, ex gelataio di Omegna, è accusato di aver favorito la latitanza dei fratelli Graviano negli anni Novanta e di aver riferito a Giletti l'esistenza di una fotografia che avrebbe ritratto il boss insieme a Berlusconi e all'ex generale Francesco Delfino. Graviano ha negato con nettezza l'esistenza di quell'immagine e di aver mai conosciuto il generale, definendo falsità quanto sostenuto in televisione.

Ha inoltre respinto le dichiarazioni di Giovanni Brusca, che in una precedente udienza aveva riferito di un orologio di lusso visto al polso di Berlusconi e di un presunto coinvolgimento del boss nelle trattative sulle stragi.

Un quadro probatorio già consolidato

Sulla vicenda dei presunti capitali mafiosi nelle imprese berlusconiane esiste già un quadro giudiziario definito. Nel 2004 la procura di Palermo escluse un ingresso di capitali esterni in Fininvest sulla base di una consulenza della Banca d'Italia, e nell'ottobre 2025 la Cassazione ha reso definitiva una sentenza secondo cui non risulta processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle aziende dell'ex premier.

Le stesse dichiarazioni di Graviano erano già state valutate nel 2020 nel processo "Ndrangheta stragista" a Reggio Calabria, dove il boss aveva parlato degli incontri milanesi senza fornire riscontri documentali. In quella sede era emerso anche il suo ruolo di mandante degli attentati ai carabinieri in Calabria, per i quali è stato nuovamente condannato all'ergastolo nel luglio 2026 insieme a Rocco Santo Filippone.

La questione della carta privata

Il nodo centrale resta la scrittura privata che, secondo la difesa di Graviano, conterrebbe i nomi degli investitori e la firma di Berlusconi. L'avvocato Sanvito ha spiegato che il documento non è mai stato trovato nonostante le perquisizioni e che il suo assistito ne ha sempre confermato l'esistenza senza però essere in grado di indicarne il luogo. La tesi del legale è che Graviano potrebbe recuperarla solo se fosse libero, condizione che appare incompatibile con la condanna all'ergastolo e il regime di 41 bis a cui è sottoposto da oltre trent'anni.

Nel frattempo, il processo fiorentino prosegue con l'audizione di altri testimoni, mentre Forza Italia ha annunciato che porterà il caso all'attenzione del Parlamento europeo nella seduta di martedì, chiedendo un dibattito sul rispetto dello Stato di diritto e sul contraddittorio nelle procedure che coinvolgono persone decedute.

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