Graviano e la carta sugli affari con Berlusconi: il suo avvocato dice che può recuperarla solo da uomo libero

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra detenuto al 41 bis, continua a sostenere davanti ai giudici di avere tracce di un legame economico tra la sua famiglia e Silvio Berlusconi. La novità, emersa a margine del processo di Firenze dove è testimone, riguarda le condizioni poste dal suo difensore per la consegna del documento: l’avvocato Antonio Sanvito ha spiegato che il suo assistito «ritiene di sapere dov’è la carta privata» che proverebbe i rapporti economici del nonno materno con l’ex premier, ma che potrebbe recuperarla soltanto «da uomo libero».

La deposizione in videocollegamento

La testimonianza resa in aula, in collegamento video dal carcere di Cagliari, ha riportato al centro della scena giudiziaria una vicenda che si trascina da anni senza riscontri. Graviano ha dichiarato che suo nonno Filippo Quartararo, commerciante di ortofrutta, insieme ad altri imprenditori palermitani avrebbe costituito una società con Berlusconi tra il 1969 e il 1970, per un investimento complessivo di 20 miliardi di lire dell’epoca. La quota attribuita al nonno si aggirava intorno ai quattro o cinque miliardi.

Secondo il racconto del boss, il 20% delle ricchezze prodotte da quegli investimenti sarebbe dovuto tornare agli investitori.

Gli incontri e la carta mai trovata

Graviano ha riferito di aver saputo dell’operazione solo dopo la morte del padre, nel 1982, quando il nonno lo coinvolse insieme al cugino Salvatore. Da quel momento, ha aggiunto, sarebbero avvenuti alcuni incontri con Berlusconi: uno a Milano tra il 1982 e il 1983, un altro nel 1986 mentre era latitante, e un terzo nel dicembre 1993, quest’ultimo finalizzato a «sistemare tutto» e a fissare i nomi delle persone da inserire nelle società.

L’esistenza di un documento che attestava l’accordo, la cosiddetta «carta privata», è stata ribadita più volte, ma il boss ha ammesso di non sapere dove si trovi: «Hanno fatto la perquisizione e non l’hanno trovata».

Il processo e le reazioni

La deposizione si inserisce nel processo fiorentino che vede imputato Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna che negli anni Novanta favorì la latitanza dei fratelli Graviano, accusato di calunnia aggravata nei confronti del giornalista Massimo Giletti. Proprio sulla vicenda della presunta fotografia che avrebbe ritratto Berlusconi insieme al generale Francesco Delfino e allo stesso Graviano, il boss ha negato ogni riscontro, definendola «una falsità» e sostenendo di non aver mai conosciuto il generale.

Le dichiarazioni hanno provocato la reazione di Marina Berlusconi, che in una lettera pubblicata sul Giornale ha definito il processo «un monumento all’ipocrisia giudiziaria», mentre il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha parlato di accuse «infamanti» e «formulate senza contraddittorio».

La posizione del legale

L’avvocato Sanvito, che assiste Graviano, ha precisato che il suo assistito non ha mai affermato che Berlusconi fosse un mafioso né che avesse avuto un ruolo nelle stragi. Secondo il legale, si tratterebbe esclusivamente di rapporti economici riconducibili a un investimento effettuato dal nonno materno, persona mai indagata. Nella ricostruzione della difesa, il denaro investito sarebbe stato di provenienza lecita.

Resta il fatto che, a distanza di anni, quella carta privata non è mai stata trovata e le dichiarazioni di Graviano, condannato all’ergastolo per le stragi del 1993 e per altri episodi legati alla stagione stragista, non hanno finora ottenuto riscontri documentali o testimoniali.

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