Hormuz, nuovi raid e controffensive: la tregua Usa-Iran sempre più a rischio
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Redazione Esteri
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Il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, formalmente ancora in vigore, mostra crepe sempre più vistose. Nelle ultime ore, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato di aver condotto una nuova serie di attacchi contro obiettivi militari iraniani, in risposta all'ultimo attacco di Teheran contro una petroliera commerciale in transito nello Stretto di Hormuz.
Un'azione che ha innescato una reazione a catena, con il lancio di missili e droni iraniani contro basi statunitensi in Bahrein e Kuwait, spingendo Manama a chiedere un intervento internazionale per fermare quella che ha definito una "ripetuta aggressione".
La dinamica degli attacchi e le rivendicazioni del Centcom
Secondo il comunicato ufficiale del Centcom, i raid statunitensi sono stati condotti su ordine diretto del presidente Donald Trump e rappresentano una risposta all'attacco con un drone iraniano che ha colpito la petroliera Kiku, battente bandiera panamense. L'imbarcazione, che trasportava oltre due milioni di barili di petrolio greggio, è stata presa di mira mentre si trovava nelle acque dello Stretto di Hormuz, un punto nevralgico per il traffico marittimo globale.
La nota del Centcom sottolinea che, dopo i raid di venerdì, che erano già stati una reazione all'offensiva iraniana contro la nave Ever Lovely, a Teheran era stata offerta l'opportunità di rispettare l'accordo di cessate il fuoco. Tuttavia, l'Iran ha scelto di non farlo, lanciando il drone che ha colpito la Kiku, costringendo le forze americane a intervenire nuovamente per difendere la libertà di navigazione.
Gli obiettivi dei nuovi attacchi statunitensi sono stati specifici e mirati a degradare le capacità militari iraniane nella regione. Gli aerei militari americani hanno colpito infrastrutture di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione, postazioni di difesa aerea, depositi di droni e capacità di posa di mine.
Fonti statunitensi hanno inoltre precisato che queste aree, come l'isola di Qeshm e la città costiera di Sirik, erano già state colpite in precedenza, ma che l'Iran aveva ricostituito le proprie difese nel periodo successivo al cessate il fuoco dell'8 aprile, rendendo necessaria una nuova azione militare.
L'escalation iraniana: missili su Bahrein e Kuwait
La replica di Teheran non si è fatta attendere e ha allargato il raggio del conflitto. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha rivendicato il lancio di missili e droni contro obiettivi statunitensi in Bahrein e Kuwait, colpendo specificamente le basi che ospitano le forze americane, tra cui la Quinta Flotta in Bahrein e la base aerea Ali Al Salem in Kuwait. Le difese aeree dei due Paesi del Golfo sono state attivate per intercettare i proiettili; il Bahrein ha confermato di aver intercettato e distrutto parte degli attacchi, dichiarandosi in stato di massima allerta.
Di fronte a questa escalation, il Bahrein ha compiuto un passo diplomatico deciso. Il ministero degli Esteri del regno ha invitato la comunità internazionale a un'azione ferma per fermare l'aggressione iraniana, sottolineando come il continuo atteggiamento di sfida di Teheran richieda una risposta altrettanto determinata. Manama ha sollecitato una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo l'attuazione della risoluzione 2817 (2026) per porre fine a quella che ha definito una violazione sistematica della sovranità nazionale.
L'attacco è stato condannato anche da altre monarchie del Golfo, segnando un ulteriore isolamento dell'Iran nella regione.
Le dichiarazioni di Trump e la posizione iraniana sullo Stretto
Il presidente Donald Trump, attraverso il suo social network Truth, ha rivendicato gli attacchi con toni che non lasciano spazio a fraintendimenti, accusando l'Iran di aver violato il cessate il fuoco "ANCORA UNA VOLTA". Trump ha lanciato un avvertimento severo, affermando che potrebbe arrivare il momento in cui gli Stati Uniti non saranno più in grado di agire con moderazione e saranno costretti a "portare a termine il lavoro per via militare", concludendo con una minaccia dalle implicazioni epocali: "Se ciò accadrà, la Repubblica Islamica dell'Iran cesserà di esistere!".
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito la posizione di Teheran riguardo al controllo dello Stretto di Hormuz. Incontrando l'omologo iracheno Fuad Hussein a Baghdad, Araghchi ha dichiarato che lo Stretto rimarrà sotto la completa supervisione dell'Iran per i prossimi trenta giorni, in base a un memorandum d'intesa firmato con gli Stati Uniti.
Ha avvertito che qualsiasi interferenza esterna o tentativo di modificare gli accordi esistenti non farebbe altro che complicare la situazione, ritardando la riapertura del canale al traffico commerciale pieno e aumentando ulteriormente le tensioni già elevate.




