Il fronte del no al referendum sulla giustizia si allarga: dai magistrati dissidenti al mondo della cultura, l’opposizione alla riforma Nordio si fa sempre più corale e articolata.

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il governo, con in prima linea il ministro Carlo Nordio, continua a ripetere che la separazione delle carriere è il “precipitato logico del processo accusatorio” e che non vi è alcuna intenzione punitiva verso le toghe, la campagna per il voto contrario del 22 e 23 marzo 2026 si organizza e mette a punto le proprie strategie comunicative. Da un lato, il fronte dei “magistrati per il Sì”, che ha scelto di esporsi in prima persona per sostenere il cambiamento, rompe gli indugi e annuncia una mobilitazione pubblica; dall’altro, un nutrito schieramento di intellettuali, artisti e associazioni, coagulatosi attorno all’appello dell’Anpi, rilancia i propri timori per quella che viene percepita come una vera e propria cesura con l’assetto costituzionale vigente. Il quadro che emerge è quello di una contrapposizione netta, destinata probabilmente ad acuirsi nelle prossime settimane.

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha infatti rotto gli indugi, presentando un appello per il no che vede tra i primi firmatari nomi di primo piano dello spettacolo e della cultura italiana -1. Da Pif a Gad Lerner, da Elio Germano a Milena Vukotic, passando per musicisti come Paolo Fresu e Daniele Silvestri, il mondo della creatività, come lo ha definito il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, si dice “particolarmente sensibile ai diritti e alle libertà dei cittadini, contro censure, delegittimazioni, prevaricazioni del potere” -1. L’argomentazione di fondo, sviluppata nel testo, si concentra sulla divisione dei poteri, un pilastro della Costituzione che, a loro avviso, verrebbe compromesso dalla riforma: la frammentazione del Consiglio Superiore della Magistratura in due distinti organi e l’introduzione del sorteggio per i componenti togati vengono letti, infatti, non come un semplice riassetto organizzativo, ma come un indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura nel suo complesso, con il rischio concreto, denunciano i promotori, che l’azione di governo possa finire per non essere sottoposta ad alcun effettivo controllo di legalità -1.

Parallelamente a questa mobilitazione dal basso, il fronte giudiziario si prepara a scendere in campo con una propria iniziativa. Cinquanta magistrati, che si definiscono “per il Sì”, hanno deciso di uscire dall’anonimato e di “metterci la faccia”, organizzando per sabato a Roma una maratona oratoria. La loro posizione, esplicitata in questi giorni, è chiara: vogliono superare l’attuale sistema delle correnti, ritenuto una delle cause della perdita di credibilità della giustizia italiana, e abbracciare la riforma come un’opportunità di cambiamento -1. È una presa di posizione che introduce una crepa nel fronte apparentemente monolitico dell’Associazione Nazionale Magistrati, la quale, pur opponendosi ufficialmente al referendum, si trova ora a fare i conti con una frangia di associati che vede nella riforma non un attacco, ma una necessaria evoluzione.

E proprio sull’Anm, il referendum rischia di avere conseguenze strutturali profonde, un passaggio che, al netto delle dichiarazioni pubbliche, viene discusso soprattutto a porte chiuse. Se la riforma dovesse essere confermata, l’attuale statuto dell’Associazione, che all’articolo 1 la definisce come organismo rappresentativo di “tutti i magistrati ordinari appartenenti all’ordine giudiziario italiano”, diventerebbe di fatto incompatibile con il nuovo dettato costituzionale. La prevista articolazione della magistratura in due ordini distinti, quello giudicante e quello requirente, porterebbe alla conseguenza logica che un sindacato unico non potrebbe più rappresentare due entità separate e con carriere autonome -2. Sarebbe, in altre parole, lo scioglimento di fatto o, al massimo, una radicale e complessa operazione di rifondazione in due soggetti distinti, un “non detto”, come è stato definito, che aleggia sulla campagna referendaria e che riguarda il futuro stesso della rappresentanza sindacale dei magistrati italiani.

Il nodo della cultura e le ragioni del no

L’appello lanciato dall’Anpi non si limita a una generica difesa della Costituzione, ma entra nel merito delle modifiche, elencando punto per punto le criticità riscontrate. La scelta di estrarre a sorte i membri togati del Csm viene bollata come “umiliante”, un meccanismo che prescinde dal consenso e dal merito, mentre la composizione dell’Alta Corte, l’organo chiamato a giudicare i membri del nuovo Csm, sarebbe anch’essa “sbilanciata a favore del governo”. A queste preoccupazioni di natura squisitamente istituzionale, gli intellettuali e gli artisti firmatari aggiungono una riflessione che tocca la sostanza del diritto: la riforma, secondo loro, rischia di creare una giustizia a due velocità. L’attenzione, prevedono, potrebbe concentrarsi sulla microcriminalità, legata al disagio sociale, mentre le indagini su “eventuali reati dei grandi poteri economici o dei politici corrotti” potrebbero essere rallentate o accantonate, minando alla radice il principio costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Magistratura e politica: la frattura si approfondisce

La dialettica tra il governo e una parte consistente della magistratura, intanto, non accenna a placarsi, e le cerimonie per l’inaugurazione dell’anno giudiziario sono state, di recente, la cartina di tornasole di un clima sempre più teso. In diverse sedi, i procuratori generali hanno espresso un disagio profondo: a Milano, la pg Francesca Nanni ha parlato di una riforma “inutile e punitiva”, mentre a Cagliari, il pg Luigi Patronaggio ha denunciato il metodo con cui si è giunti al testo, definito “blindato” e privo del necessario confronto in Parlamento. A Roma, il pg Giuseppe Amato ha sottolineato come il dialogo sia stato “solo promesso”, e che l’obiettivo principale sia stato quello di approvare la riforma “senza intoppi”, un atteggiamento che ha definito “mortificante per la categoria”. Parole che dipingono il ritratto di una magistratura che si sente non solo riformata, ma anche e soprattutto esclusa dal processo che la riguarda, alimentando quel senso di estraneità e di contrapposizione che caratterizza questa fase politica.

I risvolti meno noti di una consultazione decisiva

Al di là degli schieramenti ufficiali e delle dichiarazioni di principio, la consultazione referendaria chiama i cittadini a esprimersi su nodi tecnici dal forte impatto politico, come la separazione delle carriere e il nuovo sistema di autogoverno. E se il fronte del sì, sostenuto dalla maggioranza di governo, insiste sulla necessità di garantire la terzietà del giudice e di porre fine alla promiscuità tra pm e giudicanti, il fronte del no, come quello composto dai firmatari dell’appello Anpi, rilancia: i veri problemi della giustizia italiana, ovvero i processi eterni, la carenza cronica di personale, l’edilizia giudiziaria fatiscente e la situazione carceraria, resterebbero irrisolti, quasi fossero questioni secondarie nell’agenda del legislatore. Un argomento, quest’ultimo, destinato a pesare nell’orientamento di quell’elettorato più moderato e meno ideologico, chiamato a scegliere tra una riforma costituzionale fortemente voluta dall’esecutivo e lo status quo difeso da una parte non trascurabile della società civile e della magistratura stessa.

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