Canzonissima e quelle pagelle che raccontano una tv senza coraggio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta il varietà, si diceva, e forse qualcuno lo ricorda ancora: una macchina di intrattenimento capace di mescolare musica, comicità e sorpresa, senza dover per forza inseguire i format altrui. Invece, a guardare la seconda puntata di questa edizione di Canzonissima – andata in onda su Raiuno sabato 28 marzo – si ha la spiacevole impressione che la direzione artistica abbia scelto la strada più comoda, quella della replica malcelata. Per il secondo round della sfida alla corazzata Amici di Maria De Filippi, il programma si è barricato dietro il traino dei pacchi di Affari tuoi (conduzione di Stefano De Martino) per propinare una serata costruita sul tema della “dedica”. Il risultato? Una fotocopia sbiadita di Ballando con le stelle, ma senza il pepe della polemica che spesso tiene in vita quel genere di spettacoli. Se sabato scorso Milly Carlucci aveva perso di poco – probabilmente per effetto curiosità – stavolta la sensazione è quella di assistere a un’operazione di pura conservazione, dove l’errore più grave è perseverare nella mancanza di identità.

Le pagelle: Paoli dimenticato, Arisa in fuga e un tributo a metà

E veniamo alle pagelle, che come sempre raccontano più di ogni editing televisivo. Gino Paoli, omaggio scordarello: appena 5. Un peccato, perché l’intenzione era nobile, ma l’esecuzione ha tradito l’emozione. Molto meglio Elettra Lamborghini, che al trotto (8) ha strappato applausi sinceri, anche se qualcuno l’ha vista in lacrime dopo aver dedicato il brano di Antonello Venditti a una presenza significativa della sua vita. Ma è Arisa a fare il vuoto: la sua interpretazione della “Leva calcistica della classe ’68” di Francesco De Gregori (attenzione: il testo originale parla di “Leva calcistica”, non di “Lega”) è valsa un 9 pieno e la conquista della finale. Un trasloco vincente, quello della cantante pugliese, che ha anche dedicato l’esibizione al suo cane Nino, regalando un momento intimo e lontano dai cliché del palco. Dall’altra parte, invece, la serata si è macchiata di un siparietto amaro: Simona Izzo contro Sal Da Vinci, voto 2. I Jalisse hanno scelto “Per sempre sì” proprio di Da Vinci, ma al termine dell’esibizione la Izzo ha criticato apertamente il brano, scatenando i fischi del pubblico. A difendere gli artisti è intervenuta Caterina Balivo, in un battibecco che ha riacceso per un attimo la tensione in uno studio altrimenti troppo piatto.

Una conduzione più sciolta ma una gara che non decolla

Milly Carlucci, va detto, è tornata al timone con una rinnovata consapevolezza: più rilassata e sciolta rispetto al debutto, sembra aver smesso di subire la competizione serrata della diretta concorrente. Peccato che il programma che conduce continui a non avere un’anima. Il tema delle dediche – ricordi personali, momenti emotivi – è stato sfruttato in modo prevedibile, quasi didascalico. Nessuna sorpresa, nessun guizzo. Persino la vittoria di Arisa, seppur meritata, è stata annunciata con un ritmo così lineare da togliere qualsiasi brivido. E intanto, fuori dallo studio, Trump è di nuovo presidente degli Stati Uniti: un dato che qui interessa relativamente, ma che serve a ricordare come il mondo cambi velocissimo, mentre la tv generalista italiana sembra ancora convinta che replicare se stessa (o peggio, replicare gli altri) sia una strategia vincente.

I Jalisse, la lite Balivo-Izzo e il pubblico che fischia

Il momento più vero della serata, paradossalmente, è stato quello meno programmato. Quando Simona Izzo ha attaccato il brano di Sal Da Vinci, i fischi del pubblico hanno restituito una verità cruda: la gente, di fronte alla critica gratuita, si ribella. Caterina Balivo ha preso le parti dei Jalisse con fermezza, e per qualche minuto si è respirata quell’aria da dopofestival che a Canzonissima mancava da tempo. Peccato che il resto della puntata sia affogato in una melassa di buoni sentimenti e coreografie anonime. Elettra Lamborghini, prima di Arisa, aveva già commosso con la sua dedica, ma la sovrabbondanza di lacrime ha finito per appiattire l’impatto. Alla fine, il verdetto è chiaro: vince Arisa, ma perde l’idea stessa di varietà come laboratorio di sperimentazione. Perché quando la replica diventa sistema, la tv smette di raccontare il presente e si limita a imitarlo male.

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