Trump punta sul blocco prolungato a Hormuz, i democratici studiano la causa
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Redazione Esteri
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La Casa Bianca sembra aver imboccato una strada ben precisa, quella di una pressione economica a oltranza sul regime di Teheran, e senza una via d’uscita chiara nel breve periodo. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi, Donald Trump avrebbe infatti incaricato i suoi collaboratori di predisporre tutte le misure necessarie per un blocco prolungato dei porti iraniani, una decisione, quella del presidente, maturata nel corso di alcuni incontri tenutisi proprio nella Situation Room, l’ultimo dei quali lunedì scorso. L’obiettivo dichiarato di questa strategia, che di fatto trasforma il braccio di ferro navale nello Stretto di Hormuz in una morsa destinata a stringersi per settimane o forse mesi, è quello di comprimere ulteriormente l’economia del paese e azzerarne le esportazioni petrolifere, riducendo al minimo i flussi di entrate per costringere Teheran a una resa sul dossier nucleare.
L’analisi dei rischi tra uscita di scena e ritorno ai bombardamenti
La scelta di prolungare indefinitamente l’embargo marittimo – a dispetto del cessate il fuoco in vigore e dei colloqui di mediazione portati avanti da paesi terzi come il Pakistan – non è stata presa alla leggera, ma anzi valutata all’interno di uno spettro più ampio di opzioni belliche. Sembra infatti che Trump abbia esplicitamente scartato le due alternative principali che aveva sul tavolo: da un lato, quella di riprendere i bombardamenti su larga scala, un’opzione che avrebbe fatto immediatamente ricadere Washington in una guerra aperta e sanguinosa; dall’altro, quella di un disimpegno totale dal conflitto, che sarebbe stato percepito come una ritirata strategica. Bloccare le rotte marittime, nella sua valutazione, rappresenta dunque la soluzione meno rischiosa per mantenere alta la pressione senza far saltare il precario equilibrio raggiunto, sebbene gli analisti internazionali si interroghino già sugli effetti collaterali di questa scelta sui mercati energetici globali.
Lo scontro istituzionale alle spalle del presidente
Mentre lo Stretto di Hormuz resta virtualmente chiuso al traffico commerciale – con le petroliere ferme o costrette a lunghissime deviazioni e l’Iran che, come osservato da esperti del settore, inizia a non sapere più dove stoccare i barili invenduti – le maggiori difficoltà per Donald Trump potrebbero però arrivare non tanto dal fronte mediorientale, quanto da quello interno. I membri del Partito Democratico al Congresso, approfittando del clima di tensione che circonda la gestione del conflitto, stanno infatti valutando la possibilità di intentare una causa legale contro il presidente, una mossa che getterbbe benzina sul fuoco di un acceso dibattito costituzionale. L’asse dello scontro ruota attorno a una scadenza precisa, quella del prossimo venerdì 1° maggio, termine ultimo oltre il quale i democratici ritengono che Trump non abbia più l’autorità per proseguire le ostilità senza il preventivo via libera dell’assemblea legislativa.
Il nodo del War Powers Act e la scadenza del primo maggio
Il fondamento giuridico di questa potenziale azione legale affonda le radici nel War Powers Act del 1973, una legge pensata per limitare i poteri del presidente in ambito militare. La norma stabilisce infatti che le operazioni armate, a meno di una dichiarazione formale di guerra o di un’espressa autorizzazione del Congresso, debbano cessare entro 60 giorni dall’inizio, prevedendo una sola proroga di 30 giorni limitatamente alle operazioni di ritiro sicuro delle truppe. Considerato che i raid e le operazioni navali contro l’Iran sono partiti il 28 febbraio scorso, la famosa "finestra" concessa dalla legge è ormai in chiusura; se l’amministrazione dovesse decidere di ignorare lo spartiacque del 1° maggio, i democratici sarebbero pronti a scendere in campo per vie legali, denunciando quella che considerano una palese violazione della separazione dei poteri. Un presidente, quello americano, che già in passato – ben prima di questa nuova rielezione ormai consolidata da oltre un anno – aveva mostrato uno spregiudicato utilizzo del potere esecutivo e che oggi si trova stretto tra l’esigenza di mostrare fermezza contro Teheran e quella di evitare un isolamento politico interno.




