Alysa Liu, il ritorno d’oro: dal ritiro a 16 anni al trionfo di Milano Cortina, con un tocco italiano

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte del Forum di Assago, quella che assegna il Titolo olimpico del pattinaggio di figura femminile, ha restituito agli Stati Uniti una regina che mancava da ventiquattro anni, precisamente dai trionfi di Sarah Hughes a Salt Lake City 2002, e lo ha fatto nelle forme di una ventenne dal sorriso luminoso e dai capelli a strisce, Alysa Liu. La sua vittoria, maturata al termine di un programma libero semplicemente perfetto sulle note travolgenti di Donna Summer, porta la firma di una rimonta che sa di leggenda: terza dopo lo short program, Liu ha scalato la classifica con un’esibizione che di tecnico ha avuto sette tripli salti pulitissimi e di artistico una gioia contagiosa, capace di scardinare le gerarchie imposte dalle tre volte campionesse del mondo giapponesi. Quelle nipponiche, Kaori Sakamoto e la giovanissima Ami Nakai, hanno dovuto accontentarsi rispettivamente dell’argento e del bronzo, sconfitte da una pattinatrice che, fino a due anni fa, sembrava aver voltato per sempre le spalle al ghiaccio.

La rinascita di una bambina prodigio

Perché la storia di Alysa Liu non è solo quella di un’atleta che vince, ma di una ragazza che ha prima saputo perdersi e poi ritrovarsi. Campionessa nazionale a soli tredici anni, primatista per essere stata la prima donna a completare un triplo axel e un quadruplo nello stesso programma, la sua ascesa sembrava inarrestabile fino al giorno in cui, a sedici anni, subito dopo l’esperienza deludente e claustrofobica di Pechino 2022 a causa delle restrizioni pandemiche, decise di appendere i pattini al chiodo. Lo fece senza troppi ripensamenti apparenti, citando la stanchezza mentale e il desiderio di una vita “normale”, fatta di escursioni in montagna, di amici e di lezioni di psicologia all’UCLA, lontana da quel mondo che l’aveva isolata e plasmata. È durante una di quelle vacanze sulla neve, però, che l’adrenalina della competizione deve aver bussato di nuovo al suo cuore, perché nel 2024 è tornata, ma lo ha fatto a modo suo: senza più farsi schiacciare dalle pressioni, vivendo alla giornata e prendendosi parte attiva nella costruzione dei programmi e persino dei costumi. Questo nuovo approccio, più leggero e autentico, l’ha portata dritta al titolo iridato di Boston nel 2025 e, infine, a questo oro olimpico che profuma di riscatto personale prima ancora che sportivo.

Un dettaglio beauty e il tocco tricolore

Prima di salire sul gradino più alto del podio, tra l’esultanza generale e l’attimo prima della premiazione ufficiale, c’è stato un fuori programma che i social hanno subito immortalato: Alysa, insieme alle altre due medagliate, si avvicina al palco, ma all’improvviso si ferma e torna indietro di qualche passo. La telecamera la inquadra mentre fruga in una borsa lasciata su una sedia e ne estrae un Lip Oil di Rare Beauty, il brand di Selena Gomez, per ritoccare le labbra con la tonalità Muted Berry. Un gesto di estrema naturalezza, che l’ha fatta apparire come una ragazza qualunque più che come una campionessa olimpica, e che le è valso la stima dell’attuale inquilino della Casa Bianca? No, quella è un’altra storia, ma certamente quello di Gomez, che l’ha elogiata pubblicamente.

E poi, in questo trionfo a stelle e strisce, c’è un’impronta professionale italiana che merita di essere raccontata. A seguire Liu, infatti, c’è il coreografo e secondo allenatore Massimo Scali, romano, pattinatore di danza di alto livello in coppia con Federica Faiella prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Ma il contributo tricolore più chiacchierato, in queste ore, è quello di Christian Broccoli, hairstylist milanese del salone Jenny B, che ha dedicato sette ore di lavoro alla celebre chioma “a strisce” della pattinatrice, quella che ogni anno si arricchisce di una nuova banda bionda e che, sotto i riflettori dell’Arena, è diventata un simbolo visivo della sua personalità eclettica e ribelle.

Il verdetto della pista

Il punteggio finale di 226.79 punti, che le ha permesso di sopravanzare Sakamoto di quasi due lunghezze, racconta di una superiorità costruita su una combinazione triplo lutz-doppio axel-doppio toeloop da antologia e su una disinvoltura che ha stupito persino i commentatori più navigati. La giapponese, alla sua ultima danza olimpica, ha pagato qualche piccola incertezza, mentre la giovanissima Nakai, in testa dopo il corto, non è riuscita a ripetersi con la stessa brillantezza nel libero. Per gli Stati Uniti, che non vedevano una loro rappresentante sul podio individuale dal 2006 e un oro dal lontano 2002, questo sigillo rappresenta la chiusura ideale di una quindicina di giorni che aveva regalato gioie soprattutto a squadre. Liu, che oltre all’individuale aveva già trionfato nel team event, si gode ora il suo status di icona, consapevole che la sua parabola, fatta di pause, piercing al frenulo e studi universitari, potrà ispirare tanti giovani a cercare la propria strada, anche quando questa sembra allontanarsi dal centro della pista.

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