Il “caso Salt Typhoon” e la svolta della cybersicurezza: non più solo telecomunicazioni ma l’intera filiera tecnologica sotto osservazione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La recente ondata di attacchi informatici, riaccesa nel dibattito pubblico dal caso del gruppo “Salt Typhoon” e dall’incidente che ha coinvolto Sistemi Informativi – società, quest’ultima, saldamente controllata dal colosso IBM – ha definitivamente infranto un vecchio paradigma. Se in passato si tendeva a circoscrivere la difesa digitale ai grandi operatori delle telecomunicazioni, oggi è evidente che la vulnerabilità riguarda anche quei soggetti “a monte”: coloro i quali, in silenzio, forniscono le infrastrutture critiche e le soluzioni digitali su cui poggiano funzioni pubbliche e private essenziali. L’incidente capitolino ha messo in luce una verità scomoda, e cioè che la sicurezza di una rete non è più forte del suo anello più debole, specialmente quando quell’anello è rappresentato da un fornitore di servizi IT per la Pubblica Amministrazione.

L’assedio invisibile a Sistemi Informativi e la strategia dello “spionaggio silente”

La cronaca delle ultime settimane ha registrato l’accesso non autorizzato ai sistemi di Sistemi Informativi, un evento che ha immediatamente fatto scattare i protocolli di emergenza dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Secondo le prime ricostruzioni, gli aggressori – riconducibili al collettivo “Salt Typhoon” – sarebbero rimasti all’interno delle reti per circa due settimane prima di essere individuati. Tuttavia, a differenza di altri attacchi a fini di estorsione, in questo specifico caso non sono state riscontrate richieste di riscatto, né vi è stata una immediata pubblicazione dei dati sensibili; gli investigatori propendono quindi per un’operazione di spionaggio a lungo termine. IBM, da parte sua, ha confermato di aver “identificato e contenuto” la minaccia, assicurando che le indagini sono tuttora in corso per accertare l’effettiva compromissione dei dati sensibili dei clienti del settore pubblico.

La direttiva Nis2 e gli adempimenti strutturali per le aziende italiane

Proprio mentre si consumava questa intrusione, il quadro normativo nazionale subiva un’accelerazione decisiva. In vigore dall’ottobre 2024 (grazie al recepimento del d.lgs. 138/2024 pubblicato in Gazzetta), la direttiva NIS2 ha imposto alle organizzazioni italiane – dagli enti energetici alle banche, passando per i trasporti e la sanità – un salto di qualità in materia di resilienza operativa. Non basta più la semplice “compliance”; l’obiettivo è trasformare la sicurezza informatica da costo a fattore abilitante della competitività. A conferma di questa svolta, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha pubblicato, lo scorso 20 aprile, le modalità operative per l’elencazione e la categorizzazione delle attività (determinazione n. 155238), chiedendo ai soggetti coinvolti di classificare i propri servizi in dieci macro-aree e di comunicare l’analisi d’impatto entro il 30 giugno.

L’agroalimentare e le nuove frontiere della resilienza digitale

Ma la pressione normativa non si ferma ai settori tradizionalmente “critici”. La digitalizzazione della filiera agroalimentare, per esempio, ha apero nuovi vettori di attacco che vanno dalla logistica alla produzione primaria. Conserve Italia e Deda Tech rappresentano esempi virtuosi di come si stia cercando di trasformare questo obbligo in un vantaggio strategico, spostando l’ago della bilancia dalla paura della sanzione alla garanzia della continuità operativa. In parallelo, l’Europa ha lanciato progetti come ACT4FOOD, un’iniziativa che mira a sviluppare strumenti di sicurezza avanzati contro le minacce informatiche capaci di interrompere la catena di approvvigionamento alimentare. Un approccio, questo, che dimostra come la cybersicurezza sia ormai una variabile geopolitica e infrastrutturale a tutti gli effetti.

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