Nel Parco dello Stelvio migliaia di orme di dinosauri svelano una valle perduta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scoperta, che oggi si può definire epocale, è nata da un'intuizione casuale, quasi un gioco di luce e di prospettiva tra le vette. Un fotografo naturalista, Elio Della Ferrera, mentre era intento a osservare la fauna locale, ha posato il binocolo su un versante roccioso dalla conformazione insolita, notando quelle che, a un occhio esperto, potevano apparire come delle anomalie nella roccia dolomitica. È stato quello, infatti, il primo, fortuito sguardo su quello che gli scienziati ora riconoscono come il più importante giacimento europeo di tracce risalenti al Triassico superiore. Migliaia di impronte, che gli agenti atmosferici e il sollevamento tettonico delle placche hanno reso visibili su pareti oggi quasi verticali, raccontano una storia antichissima, datata circa 210 milioni di anni, quando l’area era un ambiente del tutto diverso, una pianura calda e umida solcata da fiumi e lagune.

Un ritrovamento di portata continentale

Le piste individuate, alcune delle quali si snodano per centinaia di metri, non sono semplici segni isolati ma formano un reticolo complesso, che permette di ricostruire i movimenti e le direzioni di spostamento di interi gruppi di animali. Gli studiosi del Museo di Storia Naturale di Milano e dell’Università di Bergamo, i cui rilievi sono ancora in una fase preliminare, sottolineano come la concentrazione e la varietà delle tracce siano eccezionali. Si tratta, nella quasi totalità, di orme lasciate da dinosauri erbivori di grandi dimensioni, i cosiddetti “prosauropodi”, antenati dei colossi successivi, i cui artigli hanno scavato, passo dopo passo, un solco indelebile nella pietra allora fangosa. La loro preservazione, resa possibile da una rapida copertura di sedimenti fini che ne ha conservato la forma, offre ora una finestra unica su un ecosistema scomparso, un momento fermato nel tempo geologico.

Il contesto geologico e la valorizzazione

La particolarità del sito, che si trova in Valle di Fraele, un’area già di per sé di grande pregio naturalistico all’interno del Parco Nazionale, è legata proprio alla sua dinamica geologica. Le forze immani che hanno dato origine alla catena alpina, sollevando e piegando gli strati sedimentari, hanno portato alla luce questi straordinari archivi, rendendoli accessibili, seppur in un ambiente impervio, allo studio e all’ammirazione. Durante la presentazione dei primi dati a Palazzo Lombardia, il governatore Attilio Fontana ha sottolineato il valore simbolico della scoperta, definendola “un regalo della storia” in prossimità dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, un’occasione per legare il nome del territorio a una narrazione che affonda le radici in un passato remoto e affascinante.

La ricerca sul campo e le prospettive

Il lavoro degli scienziati, che procede con rilievi fotogrammetrici e analisi stratigrafiche dettagliate, mira a mappare con precisione l’intera estensione del giacimento, che si sviluppa per chilometri su diversi crinali. L’obiettivo, oltre alla pura conoscenza scientifica, è quello di conciliare la tutela integrale di un patrimonio così fragile e unico con una sua possibile futura fruizione, che dovrà essere necessariamente molto controllata e rispettosa. La scoperta, infatti, non aggiunge solo un tassello fondamentale alla paleontologia europea, ma impone anche una riflessione sulla conservazione attiva di un bene che appartiene all’intera collettività, un tesoro emerso dalle rocce che potrebbe riscrivere, in parte, la storia della vita sulle Alpi prima che queste fossero montagne.

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