Nucleare, la scommessa (a tempo) di Pichetto Fratin: “Nel 2033-2034 sarà realtà”
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Redazione Interno
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L’estate pugliese, con quel suo caldo che avvolge le masserie e trasforma ogni pausa in un pretesto per cercare ombra, non è riuscita a intiepidire l’annuncio. Dal palco del Forum in Masseria a Manduria, organizzato da Bruno Vespa e Comin&Partners, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha piantato una bandiera nel terreno, ancora accidentato, del dibattito energetico nazionale: l’Italia tornerà a produrre energia nucleare, e lo farà in tempi relativamente stretti.
La sua finestra temporale, lo ha detto senza esitazioni, è quella che va dal 2033 al 2034, una scadenza che l’esecutivo intende rispettare per dotare il Paese di una fonte capace di stabilizzare la rete e ridurre quella pericolosa dipendenza dall’estero. Non si tratta di una semplice sostituzione delle rinnovabili, ci tiene a precisare il ministro, ma di un’integrazione intelligente in un mix che già vede il fotovoltaico e l’eolico avanzare, seppur con le loro inevitabili criticità legate all’intermittenza.
I tempi della burocrazia e la sfida della tecnologia
La macchina normativa, del resto, è già in moto da qualche settimana: il disegno di legge sul nucleare sostenibile ha incassato il primo via libera alla Camera e, secondo le previsioni del ministro, dovrebbe essere convertito in legge entro un mese e mezzo, per poi completare l’architettura regolamentare con i decreti attuativi promessi entro la fine dell’anno.
Certo, la strada è ancora lunga, e i tempi non dipenderanno solo dalla volontà politica (Pichetto la definisce una scelta “politica” che guarda al “futuro”), ma anche dall’evoluzione delle tecnologie disponibili, in particolare quelle dei piccoli reattori modulari (Smr) e degli Advanced Modular Reactors (Amr).
L’obiettivo, realistico secondo il titolare del Mase, è che entro il 2040 questa fonte possa coprire una fetta compresa tra il 10 e il 15% del fabbisogno nazionale; un valore che, se da un lato appare prudente, rappresenterebbe comunque uno scossone per un sistema che aveva chiuso i battenti dell’atomo civile dopo i referendum del 1987 e del 2011.
L’altra voce: Buono e i reattori che non temono il meltdown
Mentre la politica scandisce i tempi delle leggi, c’è chi, nel privato, sta già correndo. Stefano Buono, fisico di 60 anni con un passato al Cern al fianco del premio Nobel Carlo Rubbia e un presente da imprenditore di successo (ha venduto la sua precedente azienda per 3,9 miliardi di dollari), non sembra voler aspettare oltre. La sua creatura, Newcleo, è una realtà che affonda le radici in Italia ma guarda con decisione agli Stati Uniti (dove punta a quotarsi al Nasdaq) e promette di rivoluzionare il concetto stesso di sicurezza nucleare.
La sua proposta si basa sui reattori di quarta generazione, che abbandonano il tradizionale raffreddamento ad acqua per adottare il piombo fuso: una soluzione, questa, studiata per rendere il sistema passivamente sicuro, capace cioè di impedire fuoriuscite radioattive anche in caso di incidente grave o di perdita di alimentazione. E i tempi di Buono, curiosamente, sono perspiù stretti di quelli governativi: parla del 2032 per avere i suoi moduli pronti negli Stati Uniti, e assicura che, se le condizioni normative lo consentissero, la stessa prontezza tecnica si rifletterebbe in Italia.
Domanda esponenziale e il nodo delle autorizzazioni
A spingere questa corsa non è solo un’idea green, ma una fame di energia che rischia di diventare insaziabile. Buono lo racconta con numeri impressionanti: la sua azienda ha già ricevuto manifestazioni d’interesse per oltre 27 gigawatt di installazioni, più di cento reattori, spinti per metà dalla bulimia energetica dei data center dedicati all’intelligenza artificiale e per l’altra metà da un’industria pesante che non può più permettersi il lusso di dipendere dal costo variabile del gas. Eppure, anche qui, l’Italia rischia di fare da convitato di pietra.
Se il governo accelera, Buono lancia un allarme preciso: servirebbe un’autorità indipendente in grado di concedere licenze senza il fardello delle preclusioni ideologiche del passato. L’attuale Ispettorato (Isin), a suo dire, applica parametri di tolleranza sulla radioattività mille volte più stringenti del resto d’Europa, un paradosso normativo che rischia di soffocare qualsiasi investimento sul nascere, rendendo di fatto impraticabile il ritorno a una filiera nazionale dell’atomo.




