Nucleare, il governo sfida il passato: “Inevitabile il referendum” e l’obiettivo delle centrali di nuova generazione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha scelto il palco del Festival dell’Economia di Trento per lanciare un segnale chiaro, destinato a riaprire una ferita profonda nella storia politica ed energetica del Paese: sul futuro del nucleare in Italia, sarà inevitabile tornare a parlare con i cittadini attraverso una consultazione popolare. “Inevitabilmente si farà un referendum”, ha dichiarato Ciriani, riferendosi al disegno di legge governativo – attualmente fermo in attesa di approvazione alla Camera – che mira a costruire un nuovo quadro normativo per l’atomo. Un’ammissione, questa, che arriva a quasi quarant’anni di distanza dai referendum del 1987 e del 2011, due tornate elettorali che, in seguito ai disastri di Chernobyl e Fukushima, avevano sancito la volontà popolare di tenere l’Italia lontana dall’energia nucleare.
Ciriani, nel suo intervento, non ha nascosto la volontà dell’esecutivo di sfidare quello stesso verdetto storico, assumendosi quella che ha definito “la responsabilità di indicare al Paese le strade da percorrere”. Il riferimento, chiaro e netto, è alle cosiddette centrali di nuova generazione, tecnologie che secondo il governo (e in particolare secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin) rappresentano una soluzione moderna e diversa rispetto ai colossi del passato. “A dire solo no sono tutti capaci”, ha tagliato corto il ministro, nel tentativo di spostare l’asse del dibattito dall’ideologia alla fattibilità tecnica.
Se il governo sembra intenzionato a procedere spedito, lo fa forte di un’analisi sulla fotografia attuale del sistema Italia che è impietosa. Pichetto Fratin, intervenendo sullo stesso tema in precedenti occasioni, ha tracciato un quadro di vulnerabilità difficile da ignorare: il Paese dipende dall’estero per circa l’80% del proprio fabbisogno energetico, una condizione che espone l’economia nazionale a ogni minimo “fruscio” degli scenari geopolitici. In questo contesto di fragilità, caratterizzato da una produzione nazionale deficitaria che ci costringe a importare elettricità anche dalla Francia (prodotta proprio con vecchie centrali nucleari), l’esecutivo vede nelle rinnovabili un pilastro fondamentale ma non l’unica ancora di salvezza. L’Italia, pur avendo recentemente superato i 7 GW annui di nuova capacità installata, fatica a immaginare una transizione completa senza una fonte di base stabile che supporti l’intermittenza di sole e vento.
La sfida tecnologica (e psicologica) dei mini-reattori
A cambiare le carte in tavola, nelle intenzioni del ministro Pichetto Fratin, è l’avvento dei cosiddetti SMR (Small Modular Reactors), o reattori modulari di piccola taglia. La narrazione governativa abbandona l’immagine minacciosa dei giganti di cemento per abbracciare quella di impianti più sicuri, veloci da costruire e soprattutto meno impattanti sul territorio; si parla di superfici che, per un reattore da 300 MW, potrebbero occupare appena cinquecento metri quadri. Una tecnologia che, se da un lato affascina per la sua promessa di pulizia e autonomia, dall’altro si scontra ancora con i tempi della politica: l’orizzonte temporale ipotizzato per vedere i primi impianti operativi si aggira tra il 2030 e il 2034, un lasso di tempo che gli oppositori, come il Movimento 5 Stelle, giudicano troppo lungo e costoso rispetto a una accelerazione immediata sulle fonti rinnovabili.
Non si tratta, peraltro, solo di costruire il nuovo; l’eredità del vecchio nucleare italiano pesa come un macigno sul presente. Prima ancora di pensare ai reattori del domani, il governo deve risolvere il rebus del Deposito nazionale per le scorie radioattive. Circa 33.700 metri cubi di rifiuti a bassa e media attività attendono ancora una collocazione definitiva, una partita che vede contrapposti i ministeri e i territori, da sempre restii ad accogliere questa struttura per il timore di danni all’immagine turistica e agricola. Senza una soluzione per questo “cimitero” dell’atomo, l’intero castello delle nuove centrali rischia di reggersi su fondamenta fragilissime, come dimostrano i recenti silenzi delle aree che pure si erano auto-candidate per ospitarlo.
La macchina giudiziaria e il ritmo lento delle carte bollate
Nel mentre che l’esecutivo spinge sul pedale dell’acceleratore – con l’obiettivo dichiarato di chiudere l’iter della legge delega entro l’estate per poi emanare i decreti attuativi entro fine anno – la realtà dei fatti politici racconta un’altra storia. La discussione degli emendamenti alla Camera procede a rilento, con ritmi che hanno già suscitato l’ironia di figure come Carlo Calenda, il quale ha espresso tutta la sua incredulità sulla possibilità di completare l’opera entro i tempi promessi. L’iter, al momento, appare in salita non solo per la storica opposizione dei partiti ambientalisti, ma anche per le lacerazioni interne ai territori.
L’Italia si trova così in una posizione paradossale: da un lato, come ricordato più volte dal ministro Pichetto, importa corrente prodotta dal nucleare francese pagandola a caro prezzo; dall’altro, fatica a muovere un passo nel silenzio generale della popolazione, se non attraverso la minaccia incombente di un nuovo referendum. Le dichiarazioni di Ciriani, in questo senso, non sono solo un annuncio, ma anche un atto dovuto per legittimare una scelta che, in assenza di un mandato popolare esplicito, rischierebbe di essere politicamente insostenibile. L’ombra delle urne, insomma, non è un incidente di percorso, ma il vero e proprio banco di prova su cui si giocherà il rilancio della strategia energetica nazionale.




