Da Fermi al futuro, il ministro Pichetto Fratin apre a Torino il dibattito sul nuovo nucleare tra investimenti e nodi irrisolti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Torino si appresta a diventare l’epicentro di un confronto destinato a segnare la prossima fase della politica energetica nazionale. È il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a salire sul palco delle Ogr Tech di corso Castelfidardo il prossimo 15 giugno per l’evento «Da Fermi al Futuro: Dialoghi sull’energia nucleare sostenibile»; un appuntamento, questo, promosso dal suo dicastero in collaborazione con Unioncamere e organizzato dalla Stampa, che dalle 9.

30 alle 13 cercherà di trasferire il dibattito sull’atomo – tradizionalmente confinato in ambiti tecnico-scientifici – all’interno della sfera pubblica. L’iniziativa rappresenta il primo tassello di un ciclo più ampio, ma arriva in un momento politico particolarmente caldo, segnato dall’iter parlamentare della legge delega sul nucleare sostenibile e da cifre che, sebbene consistenti sulla carta, lasciano spazio a più di una perplessità tra gli addetti ai lavori.

I numeri del rilancio e l’ombra del deposito nazionale

Il disegno di legge all’esame delle Camere, come si evince dai documenti di accompagnamento, prevede investimenti iniziali per 67,5 milioni di euro; una cifra, questa, destinata prevalentemente a coprire le spese propedeutiche del triennio 2027-2029 (60 milioni) e a finanziare campagne informative (7,5 milioni). L’obiettivo dichiarato dal governo è ambizioso: arrivare a una capacità nucleare tra 7,5 e 16 Gigawatt entro il 2050, soddisfacendo fino al 22% del fabbisogno elettrico nazionale attraverso l’impiego di piccoli reattori modulari (Smr) e tecnologie di quarta generazione.

Tuttavia, mentre il ministro Pichetto Fratin (che non teme un eventuale referendum, convinto di poter spiegare ai cittadini l’assenza di pericoli legati a queste nuove tecnologie ) spinge per l’accelerazione, rimane sul tavolo la questione – tutt’altro che secondaria – del deposito unico per le scorie radioattive. La ricerca del sito, trascinatasi per quasi tre decenni tra veti incrociati e proteste locali (dalla Basilicata al Piemonte), rappresenta il tassello mancante del puzzle.

E in questo scenario, la scelta di Torino come location del dibattito non è certo casuale, se si considera che a poca distanza, tra Saluggia e Trino Vercellese, si concentra già l’80% della radioattività residua italiana, con il progetto di rimpatrio delle scorie custodite in Francia e Inghilterra che rischia di rendere definitivo quello che doveva essere uno stoccaggio temporaneo.

La posizione del Pd e il modello cinese

Se il governo cerca di tracciare una road map verso il ritorno all’atomo, le opposizioni – e in particolare il Partito Democratico – bollano l’operazione come una mera illusione destinata a restare lettera morta. Matteo Favero, responsabile Ambiente del Pd Veneto, ha utilizzato parole di fuoco per commentare l’iniziativa, sottolineando come i tempi lunghi della burocrazia e la mancata soluzione del problema delle scorie rendano di fatto impraticabile la strada del nucleare per rispondere alle emergenze del presente.

«Le imprese hanno bisogno di aiuto oggi», ha rimarcato il rappresentante dem, citando come esempio virtuoso la Cina: il gigante asiatico, infatti, ha aggiunto 430 gigawatt di nuova potenza eolica e fotovoltaica solo nell’ultimo anno, dimostrando secondo il Pd che la vera risposta concreta al caro bollette e alle crisi geopolitiche risiede nelle rinnovabili e non in un ritorno al passato.

Tecnologie “sicure” e nodi geopolitici

A scendere in campo per convincere gli scettici è naturalmente lo stesso ministro Pichetto Fratin, il quale in più di un’occasione ha ribadito la necessità di abbandonare le paure del passato.

Intervistato dal Corriere della Sera, il titolare del Mase ha assicurato che la delega esclude categoricamente qualsiasi diversione del materiale per scopi militari offensivi (limitandosi a ricerche collegate alla difesa passiva), e ha sottolineato come l’Italia sia costretta a importare il 15-20% del proprio fabbisogno energetico dall’estero – prevalentemente proprio dal nucleare francese – pagandone le conseguenze in termini di vulnerabilità geopolitica.

L’obiettivo, ha chiarito il ministro, è produrre energia con reattori di nuova generazione entro la prima metà degli anni Trenta, in modo da accompagnare – e non sostituire – la crescita delle fonti rinnovabili, la cui espansione è oggi frenata dalle resistenze burocratiche di alcune Regioni che bloccano 150 Gigawatt di nuova capacità. Un equilibrio delicato, quello proposto dall’esecutivo, che passa attraverso la consapevolezza che «non si tratta di fare ciò che è popolare, ma ciò che è giusto per il Paese».

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