Kazuyoshi Miura, a 58 anni, firma per un'altra stagione da calciatore

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Mentre la maggior parte dei suoi coetanei da tempo ha scambiato scarpini chiodati con pantofole, Kazuyoshi Miura si prepara a legarsi di nuovo le stringhe. L'attaccante giapponese, che a febbraio taglierà il traguardo dei cinquantanove anni, ha infatti firmato un nuovo contratto in prestito con il Fukushima United, squadra che milita nella terza divisione del campionato nipponico. Una scelta, la sua, che trascende le comuni categorie dello sport per assumere i contorni di una sfida personale contro il tempo, condotta con una tenacia che appare ormai come il suo tratto distintivo più autentico. "La mia passione per il calcio non è cambiata, indipendentemente dalla mia età", ha dichiarato il giocatore, consegnando alla cronaca una frase che riassume un'intera filosofia di vita.

Una carriera senza confini geografici e temporali

Quella di Miura, il quale non va definito ex presidente ma piuttosto un eterno presente del calcio, è una parabola lunga e ramificata, iniziata nel lontano 1986 sulle orme di Pelé, al Santos in Brasile. Da lì, il suo percorso lo ha portato ad attraversare i campi di mezzo mondo, dall'Australia alla Croazia, fino all'approdo in Serie A con la maglia del Genoa, un'esperienza che ne ha consolidato il mito anche in Italia. Un palmarese, il suo, che non si misura soltanto in reti o trofei – nelle sette partite della passata stagione con l'Atletico Suzuka, in quarta serie, non è andato a segno disputando 69 minuti complessivi – ma nella persistenza stessa della sua presenza tra i professionisti, un record mondiale di longevità attiva che egli stesso continua a riscrivere anno dopo anno.

La sfida oltre i numeri anagrafici

L'ultimo trasferimento, quello al Fukushima United, rappresenta l'ennesimo capitolo di questa narrazione unica. Se altri grandi campioni, come Valentino Rossi alla ricerca di un titolo sfuggente o Francesco Totti alle prese con il vuoto del ritiro, hanno vissuto la fase terminale della carriera con struggimento, Miura sembra muoversi su un binario diverso. La sua non è una lotta contro il declino, o almeno non solo; è piuttosto l'affermazione quotidiana di una passione che rifiuta di essere confinata dal calendario. "Scriviamo la storia", ha affermato con la semplicità di chi considera il proprio lavoro ancora incompiuto, un lavoro fatto di allenamenti, pullman e partite domenicali, elementi che costituiscono la normale routine di una vita interamente spesa dentro i confini di un rettangolo di gioco.

Un simbolo che travalica lo sport

In un'epoca in cui le notizie di cronaca nera riempiono spesso le pagine dei giornali con vicende di violenza e di dolore, la storia di Miura offre un controcanto di pura resilienza. Senza bisogno di enfasi o di retorica, il suo gesto – semplicemente mostrarsi in campo – parla di dedizione, di costanza e di un amore per il proprio mestiere che ignora le convenzioni. La sua figura, ormai, non appartiene più soltanto al mondo del calcio ma diventa emblema di una possibilità: quella di non lasciarsi definire dall'anagrafe, continuando a perseguire, con cocciuta eleganza, ciò che dà senso ai propri giorni. Per lui, evidentemente, quel senso ha ancora la forma e il peso di un pallone.

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