La riforma Schillaci che cambia i medici di base e la protesta della Fimmg: «Così si perde l'assistenza sul territorio»
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Redazione Interno
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L’annuncio, filtrato durante l’incontro con la Conferenza delle Regioni, ha subito innescato una reazione vehementemente contraria da parte delle sigle sindacali di categoria. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha messo nero su bianco – in una bozza di decreto-legge destinata ad arrivare in Consiglio dei ministri entro la fine di maggio – il nuovo assetto per la medicina territoriale, un provvedimento che, come spiega il titolo, punta a ridisegnare completamente lo stato giuridico e il rapporto di lavoro di circa trentamila professionisti. Il cuore della discordia, al netto delle rassicurazioni verbali sul "carattere volontario" del passaggio, risiede nella creazione di un binario che accanto alla storica convenzione con il Servizio sanitario nazionale introduce la figura del medico di famiglia come dipendente pubblico, una trasformazione che per la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) rappresenta un atto "inattuabile e pericoloso per i pazienti". Un passaggio normativo, questo, che il sindacato denuncia come costruito "nell'oscurità del mancato confronto istituzionale", una modalità che getta ombre pesanti sul metodo prima ancora che sul merito di una riforma destinata a toccare il rapporto di cura di milioni di cittadini.
Lo scenario e la questione degli studi associati
Prima ancora di addentrarsi nei meandri delle nuove modalità organizzative all'interno delle Case di Comunità – diventate ormai il perno fisico della sanità del futuro finanziata dal Pnrr – la Fimmg Campania ha sollevato un allarme preciso e so a livello economico e occupazionale. Il passaggio a un modello di dipendenza, come paventato dal sindacato, rischierebbe di spazzare via interamente la filiera dei collaboratori di studio, quel personale amministrativo e infermieristico che oggi – stipendiato direttamente dal medico titolare della convenzione – garantisce la logistica e l'assistenza di base. Su scala nazionale si parla di oltre 35mila addetti, di cui circa 3.500 solo nella regione Campania, che potrebbero trovarsi improvvisamente espulsi dal circuito assistenziale se la norma non dovesse prevedere clausole di salvaguardia specifiche per questi lavoratori. L'amarezza espressa anche da Antonio D'Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), conferma un fronte compatto tra i camici bianchi dell'area territoriale, i quali si vedono consegnare un testo che ne ridefinisce ruolo e funzioni senza averli mai realmente interpellati.
Le contraddizioni tecniche e il nodo specializzazione
Analizzando la bozza, emergono due criticità che la Fimmg definisce "contraddizioni tecniche" capaci di minare alla base l'efficacia stessa della riforma. La principale riguarda il requisito d'accesso: per poter abbracciare il nuovo status di dipendente pubblico, il medico di base dovrà essere in possesso della specializzazione in medicina generale. Un dettaglio che, come notato duramente dal sindacato, suona paradossale se solo si considera che per decenni i percorsi formativi della specializzazione e della formazione specifica in medicina generale sono stati binari separati e incompatibili. Il risultato, spiegano i sindacalisti, sarebbe una cesura generazionale drammatica: tutti i medici di famiglia attualmente in servizio che in passato non hanno potuto conseguire quel titolo si troverebbero immediatamente declassati a cittadini di serie B del sistema, esclusi di fatto dalle nuove possibilità di carriera e dalle tutele del lavoro subordinato. A ciò si aggiunge il destino dei giovani professionisti – quelli che frequentano i corsi o li hanno appena terminati – che sprovvisti del titolo si troverebbero davanti a un bivio senza via d'uscita, spinti probabilmente ad abbandonare la medicina generale per iscriversi a una scuola di specialità tradizionale, lasciando così deserti proprio quei territori che la riforma vorrebbe presidiare.
Il rischio per la tenuta del sistema sanitario
Il timore concreto, al di là della vertenza contrattuale, è che a farne le spese sia la tenuta complessiva del Servizio sanitario nazionale in una fase storica già segnata da una cronica carenza di organici. In Italia, secondo i rilevamenti della Fondazione Gimbe, mancano all'appello oltre 5.700 medici di medicina generale, una carenza che ha portato la media dei pazienti per dottore a quota 1.383, un numero ben oltre la soglia considerata gestibile per mantenere un'assistenza di qualità. L'effetto valanga paventato dalla Fimmg è lineare: se la riforma incentiverà l'abbandono dei sanitari più giovani e penalizzerà quelli di mezza età senza specializzazione, il territorio resterà senza filtro. La conseguenza, inevitabile e temuta, si tradurrebbe in un collasso dei pronto soccorso – già messi a dura prova – sommersi da accessi impropri, in una gestione sempre più difficile delle cronicità e in un aggravarsi delle disuguaglianze regionali dove le aree più fragili e periferiche resterebbero senza alcuna copertura medica. Se da un lato il ministro Schillaci rivendica la necessità di cogliere "un'occasione storica" per rendere il sistema più efficiente e sburocratizzato, dall'altro i camici bianchi hanno già chiesto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di fermare l'iter e ricominciare da un confronto vero con le categorie, prima che il decreto diventi legge.




