Medici di base in rivolta contro il decreto Schillaci: “Così si perde il rapporto con il paziente”
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Redazione Interno
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La bozza di decreto-legge firmata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, presentata giovedì in Conferenza delle Regioni con l’obiettivo dichiarato di rilanciare le Case di comunità, ha scatenato la reazione immediata e durissima della categoria dei medici di medicina generale. Queste strutture, che rappresentano il pilastro fondamentale della sanità territoriale finanziata dal Pnrr e spesso criticate per essere ancora dei cantieri vuoti o sottoutilizzati, rischiano di diventare il campo di battaglia di una delle più accese polemiche politiche del ministero. A finire nel mirino dei camici bianchi è il cuore della riforma: la progressiva trasformazione del medico di famiglia da libero professionista convenzionato a dipendente pubblico, un passaggio che per i sindacati rappresenta un attacco frontale alla natura stessa della professione.
La fine del rapporto fiduciario secondo i sindacati
“Con questa riforma si andrà a perdere la cosa più preziosa della nostra professione: il rapporto di fiducia con il paziente”. A lanciare l’allarme è Angelo Rossi, segretario provinciale della Fimmg, la Federazione italiana medici di medicina generale, che riassume il sentore comune dei colleghi sparsi sul territorio nazionale. Questa critica trova eco nelle parole del presidente dell’Ordine dei Medici del Trentino, De Petris, il quale definisce la riforma una “deriva illogica, senza visione” che di fatto annulla quel legame personale consolidato negli anni tra assistito e curante. La preoccupazione, spiegano i rappresentanti di categoria, è che si passi da un modello basato sulla conoscenza diretta del paziente e della sua storia clinica a uno standardizzato, dove il cittadino si troverebbe di fronte “a un medico che eroga prestazioni, come in un call center sanitario”, minando quella continuità assistenziale che ha sempre contraddistinto la medicina generale in Italia.
Le contraddizioni della bozza e la protesta della Fimmg
La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale ha già chiesto un intervento diretto della presidente del Consiglio, definendo il provvedimento “inattuabile e pericoloso per i pazienti”. Nel dettaglio, i sindacati contestano almeno due “contraddizioni tecniche” contenute nello schema circolato nelle ultime ore. La prima riguarda l’accesso alla dipendenza, subordinato al possesso della specializzazione in medicina generale: una condizione che escluderebbe di fatto un’intera generazione di professionisti in attività, i quali per decenni non hanno potuto conseguire tale titolo a causa dell’incompatibilità normativa tra i percorsi formativi. La seconda criticità, forse la più grave secondo le associazioni di categoria, riguarda i giovani medici; con questa norma, denunciano i sindacati, si rischia un esodo di massa dalle zone più fragili del Paese, dove spesso la medicina generale è retta da specializzandi o professionisti che hanno appena concluso il corso, i quali preferirebbero abbandonare la professione piuttosto che restare in un sistema senza prospettive di carriera strutturata.
L’assenza di confronto e lo scetticismo degli Ordini
Oltre ai sindacati, anche gli Ordini professionali hanno espresso forte contrarietà alla metodologia utilizzata dal ministero. “È inaccettabile che una riforma di questa portata, che tocca il rapporto di cura di milioni di cittadini, venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto istituzionale”, tuona la Fimmg, lamentando di non essere stata minimamente consultata prima della presentazione della bozza. Un’accusa, questa, di “riforma improvvisata”, rilanciata con forza dal presidente De Petris, il quale sottolinea come si stia agendo senza tenere conto della grave carenza di organico che affligge il settore. L’obiettivo del ministro, che punta a rendere operative le strutture entro giugno, si scontra così con la realtà di una base professionale che si sente tradita e minacciata, decisa a opporsi a quello che considera uno snaturamento del proprio ruolo, visto come un passaggio indietro di decenni nella qualità dell’assistenza offerta ai cittadini.




