La riforma Schillaci dei medici di famiglia e la bagarre sul doppio canale tra convenzione e dipendenza
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Redazione Interno
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La proposta di riforma della medicina generale presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci in Conferenza delle Regioni – come era facilmente prevedibile, visto che tocca equilibri consolidati da decenni – ha acceso un aspro confronto politico e sindacale destinato a infiammarsi ulteriormente nelle prossime settimane. Il cuore del provvedimento, ancora solo uno schema sintetico e non un articolato definitivo, è il cosiddetto “doppio canale”: i medici di famiglia, spiega la bozza visionata da questo giornale, potranno scegliere se restare nel regime convenzionale (seppur profondamente riformato) o diventare dipendenti pubblici su base volontaria, con l’obiettivo dichiarato di rendere finalmente operative le Case della Comunità finanziate dal Pnrr. L’urgenza, va detto, è dettata anche dal cronoprogramma europeo: le strutture devono essere a regime entro il 30 giugno per chiudere la Missione 6, e senza personale rischiano di trasformarsi in costosi involucri vuoti.
La protesta della Fimmg e il rischio della “medicina a rotazione”
Quella che doveva essere una soluzione per superare un modello considerato inadeguante rispetto alle sfide di una popolazione che invecchia – e di una cronicità in costante aumento – è stata invece accolta come una vera e propria dichiarazione di guerra dalla maggioranza dei sindacati di categoria. La Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) è stata chiarissima nel bocciare l’impianto, definendolo “inattuabile e pericoloso per i pazienti”. Il segretario provinciale Giulia Grossi, raccolta l’eco di un malumore diffuso, ha attaccato senza mezzi termini l’idea che il rapporto fiduciario possa essere sacrificato sull’altare dell’efficienza organizzativa. “Con la trasformazione in dipendente delle aziende sanitarie – premette la rappresentante sindacale – questo rapporto di fiducia scomparirà, lasciando spazio al crescere delle disuguaglianze tra chi avrà la possibilità di pagare un proprio medico privato e chi no”. A Modena, intanto, il segretario della Fimmg Davide Grasselli ha usato un’immagine efficace per descrivere il timore che attanaglia la categoria: quello di una sanità frammentata in cui, come già accaduto nei Cau, “per ogni visita ci si ritrovi davanti un dottore diverso”, minando alla radice la continuità terapeutica.
Gli equilibri politici e il nodo delle specializzazioni
Non si registrano, va detto, solo reazioni di rigetto. Se le opposizioni e i sindacati storici come la Fimmg alzano le barricate (Rifondazione Comunista, ad esempio, esprime pieno sostegno ai camici bianchi umbri contro quello che definisce “smantellamento”), dall’altra parte del fronte politico si intravedono spiragli di apertura. Pur riconoscendo la delicatezza della materia, la UGL Salute ha accolto positivamente le linee guida della riforma, con il segretario Gianluca Giuliano che ha parlato di una “sfida necessaria” per evitare che le Case restassero deserte. Il punto più tecnico e spinoso – e su cui il testo è sembrato più debole – riguarda i requisiti di accesso per chi vorrà optare per la dipendenza. Nella bozza si accenna a una priorità per i medici già specialisti, ma come hanno fatto notare i critici, questo creerebbe un paradosso per un’intera generazione di medici di base che hanno seguito i corsi di formazione specifica in medicina generale, non riconosciuti come specializzazioni equipollenti a quelle ospedaliere.
La scommessa delle Regioni e il nodo delle aree interne
Il testo presentato da Schillaci, al netto delle polemiche roventi, non cancella la convenzione ma la “riforma” pesantemente. Per chi rimarrà nel canale ordinario cambierà la remunerazione che, da quota capitaria legata al numero di pazienti, si sposterà verso una logica di “obiettivo”, premiando la presa in carico di anziani e fragili. Un ruolo centrale è stato assegnato alle Regioni, chiamate a definire i contingenti di medici dipendenti sul territorio. E sono proprio le aree interne e periferiche – come l’Alto Tevere in Umbria – a rappresentare il banco di prova più difficile per la riforma. In queste zone, dove l’assistenza è già appesa a un filo a causa di liste d’attesa e carenza di servizi, i medici di base rappresentano l’ultimo presidio di prossimità contro l’abbandono delle cure pubbliche. Inserirli in una logica aziendalistica o obbligarli a turni fissi all’interno di una Casa della salute, lontani dal loro studio storico, rischia di aggravare una fuga che – come ammettono le cronache – sta già decimando il settore.




