Medici di base, la riforma Schillaci sdogana il doppio canale (tra convenzione e ospedale) e allunga l’età pediatrica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga attesa per il riordino della medicina territoriale si è infine concretizzata in un primo, articolato testo normativo. Dopo lo schema di linee guida discusso la scorsa settimana, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha messo nero su bianco una bozza di decreto-legge che, come riportato da Quotidiano Sanità, ridisegna completamente il perimetro dell’assistenza primaria, toccando le fondamenta stesse del lavoro di medici di famiglia e pediatri di libera scelta. L’architettura del provvedimento, che ora dovrà fare i conti con il confronto in Conferenza delle Regioni, abbandona le semplici dichiarazioni d’intenti per proporre un impianto normativo dettagliato, completo di articoli, tempi di attuazione e una disciplina transitoria pensata per gestire lo scivolamento dal vecchio al nuovo sistema senza strappi traumatici.

Il cuore della svolta: un sistema a doppia velocità tra vincoli e volontarietà

Il perno intorno a cui ruota l’intera riforma è l’istituzione del cosiddetto “doppio canale”, una soluzione che il ministro aveva accennato e che ora trova piena cittadinanza nell’articolato. L’obiettivo dichiarato è trasformare le Case della Comunità, spesso rimaste dei contenitori vuoti nonostante i fondi del Pnrr, da avamposti facoltativi a pilastri strutturali del Servizio sanitario nazionale. Da una parte, infatti, sopravvive il modello della “convenzione riformata”: il medico resta un libero professionista e mantiene il rapporto fiduciario con i suoi assistiti. Tuttavia, e si tratta di una sostanziale cesura con il passato, a queste figure verranno imposti “obblighi minimi” stringenti, tra i quali spicca una quota programmata di attività da svolgere obbligatoriamente all’interno delle stesse Case di Comunità, una misura che mira a trasformare un’attività accessoria in una componente essenziale del reddito e del dovere professionale.

Dall’altra parte del nuovo sistema si colloca il canale “selettivo” della dipendenza. Contrariamente ai timori di una statalizzazione selvaggia della categoria, la bozza descrive questo sbocco come un percorso a numero chiuso, volontario e destinato esclusivamente a coprire le funzioni a maggiore intensità organizzativa, come quelle nelle strutture hub o nei servizi di continuità assistenziale. Per i medici che sceglieranno questa strada, scatterà l’assunzione a tempo indeterminato da parte delle Asl, ma solo per chi è già in possesso di una specializzazione; un paletto, quest’ultimo, che ha immediatamente sollevato polemiche furiose tra i camici bianchi, i quali temono una forma di discriminazione verso i curanti storici sprovvisti di tale titolo.

La rivolta dei sindacati e la spaccatura trasversale nella politica

L’uscita della bozza ha trasformato il malcontento, già vivo durante la presentazione delle slide illustrative, in una vera e propria rivolta di categoria. La Fimmg, il sindacato che rappresenta la maggioranza dei medici di famiglia, non ha usato mezzi termini, definendo il provvedimento “inattuabile e pericoloso per i pazienti”, con l’accusa di voler spezzare quel legame fiduciario che rappresenta da sempre il valore aggiunto della medicina generale italiana. Secondo i critici, la trasformazione del medico in un “dipendente della struttura” rischierebbe di ridurre l’assistenza a una mera gestione a turni, dove il cittadino si troverebbe davanti un professionista diverso a ogni visita, con il conseguente pericolo di un aumento di esami inutili e di accessi impropri al pronto soccorso, proprio come già denunciato per i Cau.

E se i sindacati stringono le fila, la politica mostra un paradosso: la riforma, pur partita dal centrodestra, rischia di rompere gli schieramenti tradizionali. Se da un lato il ministro spinge per l’innovazione, dall’altro le Regioni osservano con attenzione il costo politico di un braccio di ferro con gli ordini professionali, che rappresentano una lobby influente sul territorio. Nel mezzo della mischia, la giovane società scientifica Simccp ha fatto sentire la sua voce, sostenendo convintamente la linea Schillaci e bollando le paure sul rapporto fiduciario come “destituite di fondamento”, a patto che la presa in carico del paziente sia reale e continuativa.

La scommessa sui pediatri e la nuova specializzazione universitaria

Un altro versante della riforma, che ha raccolto un consenso più ampio almeno sulla carta, riguarda la pediatria. La bozza prevede un innalzamento significativo dell’età di assistenza: i pediatri di libera scelta potranno seguire i minori non più fino ai 14 anni, bensì fino al compimento del diciottesimo anno. Una mossa, questa, che il governo giustifica con la necessità di rallentare l’emorragia di giovani verso i medici di famiglia e gestire il delicato ricambio generazionale, vista l’attuale carenza di professionisti. I conti, però, sono impietosi: l’allungamento della fascia di tutela comporterebbe un costo aggiuntivo stimato in oltre 523 milioni di euro all’anno e la necessità di assumere circa 1.300 nuovi pediatri, una cifra che al momento appare difficilmente reperibile sul mercato.

A fare da sfondo a tutte queste innovazioni c’è una modifica epocale nel percorso di accesso alla professione. La riforma istituisce formalmente la scuola di specializzazione universitaria in medicina generale, della durata di quattro anni, sostituendo (o affiancando) l’attuale corso triennale. Un passaggio, questo, che mira a uniformare la formazione del medico di famiglia a quella degli specialisti ospedalieri, elevandone il profilo scientifico ma introducendo criteri di accesso più selettivi che potrebbero ulteriormente scoraggiare i giovani, già poco attratti da una professione percepita come troppo gravosa. Resta fermo, per ora, l’obbligo contributivo verso l’Enpam, un’assicurazione data ai medici in pensione per evitare che il timore relativo alla stabilità previdenziale faccia saltare il banco dei negoziati.

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