Medici senza frontiere lascia l'ospedale Nasser di Gaza: “Uomini armati e intimidazioni, ora basta”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La celebre organizzazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf) ha compiuto un passo che fino a pochi mesi fa sarebbe apparso impensabile, annunciando la sospensione di tutte le attività mediche non essenziali all'interno dell'ospedale Nasser di Khan Younis, uno dei pochi grandi complessi sanitari ancora parzialmente funzionanti nel sud della Striscia. La decisione, maturata nel corso delle ultime settimane e resa nota ufficialmente in questi giorni, affonda le sue radici in una serie di episodi segnalati dal personale e dai pazienti, che dipingono un quadro di crescente e inaccettabile pressione armata dentro i reparti -3-5. Secondo quanto riferito dalla ong, individui armati, in alcuni casi con il volto coperto, sarebbero stati avvistati in diverse aree della struttura, dando vita a un clima di terrore che ha visto succedersi intimidazioni, arresti arbitrari di degenti e persino un episodio sospetto di trasferimento di armi -3. Una verità, questa, che le Forze di difesa israeliane denunciano senza sosta ormai da due anni, ma che solo ora trova un riscontro inequivocabile nelle parole di una delle maggiori organizzazioni internazionali operanti nell'enclave.

La reazione di Hamas e il silenzio sulle affiliazioni

La replica delle autorità de facto della Striscia, controllate da Hamas, non si è fatta attendere e si è distinta per la durezza delle minacce, pur senza negare nel merito l'addebito principale. In una nota ufficiale, il movimento ha infatti intimato a Msf di ritirare le proprie dichiarazioni, paventando altrimenti “conseguenze prevedibili e gravi”, una formulazione che ha il sapore inequivocabile di un'avvertenza -4. È interessante notare come la replica di Hamas abbia tentato di giustificare la presenza di miliziani all'interno di un luogo di cura adducendo presunte esigenze di sicurezza per il personale e i pazienti, gli stessi che, secondo le testimonianze raccolte da Msf, sarebbero proprio le vittime di quelle presenze. L'organizzazione umanitaria, da parte sua, ha evitato accuratamente di attribuire una sigla specifica agli uomini armati, limitandosi a segnalare un fatto grave e oggettivo: la neutralità di un presidio sanitario, baluardo del diritto internazionale, è stata violata -3. L'ospedale Nasser, d'altronde, si trova in un'area in cui Hamas conserva una capacità operativa, sebbene la guerra abbia favorito la proliferazione di altri gruppi armati, rendendo il quadro frammentato e particolarmente insidioso -3.

Il diniego della direzione ospedaliera e il contesto giuridico

All'accusa di Medici senza frontiere ha fatto seguito una secca smentita da parte della direzione dell'ospedale Nasser, che ha definito le dichiarazioni della ong “false, infondate e fuorvianti”, arrivando a sostenere che tali affermazioni finiscano per “rispecchiare narrazioni storicamente utilizzate per giustificare attacchi” contro le strutture sanitarie a Gaza -1-6. Un'accusa, quest'ultima, di una gravità inaudita, che di fatto imputa a Msf di fornire un potenziale casus belli a Israele. Il diritto internazionale umanitario, va ricordato, conferisce agli ospedali una protezione speciale, ma questa può venire meno qualora al loro interno vengano condotte attività ostili, come l'occultamento di combattenti o lo stoccaggio di armi -3. In quel caso, la struttura perde il suo status di zona protetta, sebbene qualsiasi eventuale azione militare debba comunque essere preceduta da un avvertimento che consenta l'evacuazione di personale e malati, e resti soggetta al principio di proporzionalità. La decisione di Msf, pur drammatica nelle sue conseguenze per la popolazione civile, sembra dunque voler mettere nero su bianco la violazione di queste norme, sottraendosi a una complicità di fatto che avrebbe potuto minare la propria credibilità.

Una crisi nella crisi tra blocchi e sospensioni

La vertenza esplode in un momento di particolare tensione nei rapporti tra le autorità israeliane e le organizzazioni internazionali attive nella Striscia. Il governo di Benjamin Netanyahu, va ricordato, ha recentemente disposto il divieto di operare per Msf e per altre 36 organizzazioni umanitarie, a seguito del loro rifiuto di fornire gli elenchi completi del proprio personale palestinese, una richiesta giustificata da Israele con l'esigenza di prevenire infiltrazioni terroristiche -7. Medici senza frontiere, che può contare su una quarantina di operatori internazionali e circa mille collaboratori locali, si è vista così costretta a fare i conti non solo con le minacce interne all'ospedale, ma anche con un blocco esterno che di fatto ne paralizzerà le attività a partire dal prossimo primo marzo -5-7. Una concomitanza di eventi che lascia l'ospedale Nasser e i suoi pazienti – centinaia di bambini, feriti di guerra e pazienti critici – in una condizione di sospensione, con i servizi di maternità e pediatria sospesi e i reparti ustionati e traumatologici affidati a un personale locale già provato da mesi di conflitto e da una carenza cronica di mezzi -3-5.

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