Swatch e Audemars Piguet, il «Royal Pop» del 16 maggio che infiamma i social e sfida il lusso
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Nel mondo dell’orologeria, dove la轮ta dei secondi scandisce spesso gerarchie millenarie e patrimoni tramandati, esiste un’arte parallela – altrettanto cruciale – che pochi padroneggiano con la disinvoltura di Swatch: quella di trasformare un’attesa in un fenomeno collettivo. Dopo aver riscritto le regole del gioco con il MoonSwatch, capace di rendere lo Speedmaster di Omega un oggetto di culto per le masse, e dopo aver riportato in auge il Blancpain Fifty Fathoms con una mossa analoga, il colosso elvetico si prepara a bissare il colpo. Questa volta, però, il bersaglio è ben più ambizioso: il nome che circola sottotraccia, ormai da giorni, è quello di Audemars Piguet, leggendaria manifattura di Le Brassus, e il terreno di scontro è l’hype più puro, quello che si alimenta di messaggi criptati, di teaser appena svelati e di un’unica data cerchiata in rosso sul calendario, il 16 maggio.
L’effetto «Royal Pop»: quando l’indiscrezione vale più del prodotto
La macchina del desiderio si è messa in moto mercoledì scorso, con un primo indizio – volutamente ambiguo – apparso su stampa e web. Poi, sabato 9 maggio, il colpo di teatro: un secondo teaser, stavolta esplicito, ha spazzato via ogni dubbio. Swatch e Audemars Piguet hanno confermato ufficialmente la collaborazione, battezzandola «Royal Pop». Un nome che non è un caso, perché richiama direttamente l’estetica vistosa, ironica e pop degli anni Ottanta e Novanta – quel filone del Pop Swatch che all’epoca trasformò l’orologio in un accessorio modaiolo da cambiare ogni giorno. Ma c’è di più: sotto la cassa colorata e probabilmente irriverente (si parla di tinte improbabili, di un design pendente che sfida le convenzioni), dovrebbe battere un cuore meccanico automatico. Molti sospettano che si tratti di una versione del Sistem51, il movimento rivoluzionario di Swatch ottenuto con soli 51 pezzi e assemblabile in automatico. Se così fosse, l’operazione avrebbe un sapore clamoroso: rendere accessibile – per poche centinaia di euro – un’icona del lusso che in versione Royal Oak, la leggendaria forma ottagonale firmata Gérald Genta, parte da decine di migliaia di franchi.
L’annuncio che ha «rotto internet» e la strategia dell’attesa
La comunicazione, va detto, è stata chirurgica. «Scopri Audemars Piguet x Swatch, una collaborazione rivoluzionaria che fonde allegria, audacia e provocazione positiva con l’arte dell’alta orologeria»: così recita il comunicato ufficiale. E aggiunge, con una punta di sfacciataggine studiata, che la collezione «ridefinirà il modo in cui indossiamo gli orologi». Dopo giorni di speculazioni, di non detto e di messaggi che rimbalzavano da un gruppo di collezionisti all’altro – con il telefono che vibrava incessantemente e l’amico che ti scriveva «ma tu che sai?» – l’ufficialità è arrivata come un verdetto. Sui social, l’hype è già esploso: non tanto per le caratteristiche tecniche, ancora avvolte nel mistero, quanto per la portata simbolica dell’unione. Swatch, da sempre il marchio dell’ingresso democratico nel mondo degli strumenti del tempo, che sposa Audemars Piguet, vertice indiscusso dell’alta orologeria indipendente. Una coppia che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile, e che invece si prepara a mettere in fila appassionati e curiosi davanti alle vetrine.
Un movimento automatico per un’icona pop: i dettagli tecnici (indiziati)
Sul piano orologiero, il dettaglio che conta non è solo l’estetica. Il Royal Pop – questo il nome del progetto – monterà un movimento meccanico automatico. La somiglianza con il Sistem51, il calibro brevettato da Swatch che ha rivoluzionato la produzione di massa degli automatici, è più di un indizio. Quel calibro, va ricordato, non è smontabile né regolabile dal di fuori: una scelta radicale che per i puristi è un’eresia, ma per il grande pubblico significa affidabilità a costo contenuto. Se la scommessa fosse questa, Audemars Piguet metterebbe il proprio nome – e la propria aura – su un prodotto dal prezzo da fast fashion orologiero. Una mossa che non mancherà di dividere: da una parte chi griderà alla volgarizzazione di un’icona, dall’altra chi vedrà in questo l’ennesimo colpo da maestro del gruppo Swatch (che già controlla Omega, Blancpain e Longines, tra gli altri) per conquistare una generazione abituata a indossare il segnatempo come un bracciale.
Niente cerimonie, dunque. Il 16 maggio si alzerà il sipario. E quel che resterà, al di là dell’orologio in sé – che pure avrà il suo peso – sarà la conferma di una legge ferrea: nell’economia dell’attenzione, creare attesa è più prezioso dell’oro. O almeno, di quello che si trova dentro le casseforti di Le Brassus.




