Swatch e Audemars Piguet, il Royal Pop è un (inaspettato) orologio da taschino in bioceramica

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L’industria dell’orologeria, quella che spesso si nasconde dietro vetrine blindate e listini a sei zeri, deve fare i conti con un fenomeno che ormai conosciamo bene: l’effetto Swatch. Dopo aver scosso le acque con Omega e Blancpain, il brand dal brio popolare ha deciso di alzare la posta, puntando dritto al cuore dell’alta horlogerie. Il bersaglio, nella notte, è stato svelato attraverso un teaser pubblicato sui canali social del marchio – due sfondi, uno azzurro e uno verde, con le scritte “Royal” e “Pop” che scorrono sullo schermo – e l’attesa, come prevedibile, è esplosa. Ma la notizia, a ben guardare, non è quella che molti si aspettavano.

Perché il tanto chiacchierato “Royal Pop”, frutto della collaborazione con Audemars Piguet, non è un Royal Oak in bioceramica da polso, né tantomeno un tentativo di democratizzare la celebre forma ottagonale disegnata da Gerald Genta. Il nuovo arrivo, e qui sta il colpo di scena che ha spiazzato forum e collezionisti, si presenta invece come un orologio da taschino. Privo di cinturino, sostituito da un laccetto che funge da catenella, questo oggetto ibrido si inserisce nella linea POP di Swatch, quella modulare e ironica che ama giocare con le proporzioni. Diciamo che l’ingegnosità, stavolta, ha preso una pieve inattesa.

L’astio dei puristi e la solitudine di chi apprezza

Sui social network, e in particolare nei gruppi di appassionati di alta orologeria, il veleno è stato versato a fiumi. Ci si chiede come mai tutto questo astio, una reazione tanto viscerale da sembrare sproporzionata rispetto al piccolo oggetto in bioceramica. La delusione, a ben vedere, nasce dal contrasto tra il teaser (che lasciava presagire un “Royal Oak low cost” al polso) e la realtà di un orologio che, per definizione, si aggancia al passante del pantalone o si infila in una tasca del panciotto. Alcuni lo definiscono una provocazione, altri una mossa commerciale riuscita a metà. Ma c’è anche chi, come chi scrive, fatica a unirsi al coro dei delusi.

Perché se è vero che ci si aspettava il solito tormentone dell’orologio da polso in edizione limitata, è altrettanto vero che Swatch ha compiuto una scelta radicale: rendere il “Royal Pop” un oggetto inutilizzabile per il 99% degli utenti moderni – chi porta ancora un taschino? – eppure irriverente al punto giusto. Le alternative per indossarlo, suggeriscono le prime idee circolate in rete, vanno dalla classica catenella da gilet fino a soluzioni più creative: agganciato allo zaino, appeso a una cerniera o trasformato in un ciondolo per il collo. Soluzioni, queste, che trasformano un orologio in un gioiello di costume.

L’eredità del Royal Oak e il modulo pop

Non si può capire la portata di questa operazione senza ricordare cosa rappresenti il Royal Oak per Audemars Piguet. Nel 1972, quel modello introdusse l’idea di eleganza sportiva al polso, rompendo gli schemi con la sua lunetta esagonale e le viti a vista. Swatch, dal canto suo, ha preso quel DNA – l’iconicità della forma – e lo ha innestato sulla propria filosofia modulare, fatta di materiali low-cost e colori accesi. Il risultato è un oggetto che non cerca di imitare il lusso, ma piuttosto di citarlo con affetto dissacrante. Un po’ come quando si prende un’opera d’arte e la si stampa su una tazza: non è più l’originale, ma qualcos’altro.

I due colossi, insomma, si sono uniti non per produrre un’alternativa economica al Royal Oak, bensì un suo “parente povero” ma ironico, un orologio da taschino che nessuno aveva chiesto e che forse per questo riesce a essere interessante. La delusione dei puristi, alimentata dall’hype generato nei giorni precedenti, è comprensibile: volevano un Re, e hanno trovato un giullare. Ma il giullare, a volte, sa raccontare storie che il Re non potrebbe mai permettersi. E in un mercato saturo di omaggi e riedizioni, questa torsione inaspettata merita almeno un’occhiata diversa.

Il caso del teaser e la gestione dell’attesa

Resta da analizzare un aspetto puramente comunicativo, quello che ha generato la frattura tra aspettativa e realtà. I teaser di Swatch, nella notte, mostravano solo scritte e sfondi colorati, senza alcun riferimento al polso o al taschino. Un vuoto che i fan hanno riempito con le proprie proiezioni, immaginando un nuovo modello da polso in bioceramica a poche decine di euro. Quando il sipario si è alzato sul Royal Pop, la frustrazione è stata immediata: non un orologio da indossare, ma da appendere. Non un competitor del Royal Oak, ma un oggetto da collezione per pochi ironici.

Le inchieste giornalistiche, in questi casi, non possono che prendere atto dei fatti: non ci sono state promesse tradite, perché Swatch non aveva mai parlato di un orologio da polso. C’è stata, piuttosto, una giocosa elusione del desiderio del pubblico. E il pubblico, come spesso accade quando si sente illuso, ha risposto con rabbia sui forum. Ma al netto delle polemiche, l’operazione riesce nell’intento primario di Swatch: far parlare di sé, mantenendo alta l’attenzione su una collaborazione che, volente o nolente, ha unito per un giorno il nome di Audemars Piguet a quello di un orologio da taschino in plastica. E in fondo, non è già questa una piccola rivoluzione silenziosa?

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