La Procura generale di Milano al lavoro sui “fatti gravissimi” legati alla grazia di Nicole Minetti, mentre emergono i racconti di una testimone nascosta
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Redazione Interno
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La richiesta di grazia di Nicole Minetti, una vicenda già complessa per la sua natura eccezionale, si è trasformata in una vera e propria inchiesta che adesso vede impegnati i vertici della Procura generale di Milano. Il centro della questione, come è stato ribadito negli ultimi giorni, non riguarda soltanto la veridicità delle condizioni di salute del minore adottato dalla coppia – un aspetto che i magistrati confermano essere reale e grave – ma soprattutto la sostanza più sfuggente e difficile da dimostrare: quella presunta “radicale presa di distanza dal passato deviante” che l’ex consigliera regionale avrebbe dovuto dimostrare per meritare la clemenza del Capo dello Stato. La Procura generale, attraverso le parole della procuratrice Francesca Nanni e del sostituto Gaetano Brusa, ha avviato accertamenti definiti “a 360 gradi” con il supporto dell’Interpol, ammettendo candidamente la possibilità di non essere stati sufficientemente “perspicaci” nella prima istruttoria, sebbene “diligenti”. È in questo clima di revisione giudiziaria che si inserisce la voce di Graciela Mabel De Los Santos Torres, la massaggiatrice argentina che per vent’anni ha lavorato nel ranch “Gin Tonic” di Giuseppe Cipriani.
Graciela Mabel, intervistata dal Corriere della Sera in un clima di paura palpabile, vive oggi rintanata in un piccolo appartamento dalla vita modesta – un tinello spoglio e qualche fotografia di una vacanza felice – che contrasta nettamente con i fastelli che descrive. “Là dentro ho visto di tutto”, racconta lei, riferendosi ai festini organizzati nella tenuta uruguaiana, gettando ombre pesanti sullo stile di vita attuale di Minetti. Secondo la sua versione, lungi dall’aver cambiato vita, l’ex igienista si sarebbe occupata personalmente della selezione delle ragazze, curandone l’abbigliamento e il trucco, creando un clima di soggezione e paura tra le dipendenti. Questa testimonianza, che fotografa un ambiente fatto di modelle, imprenditori e alcool, è diventata un tassello fondamentale nelle mani della Procura, che valuta ora la possibilità di effettuare interrogatori diretti in Sud America per verificare la fondatezza di queste dichiarazioni. Eppure, intorno alla figura di questa donna, che si professa pronta a parlare purché protetta, si addensano nubi non meno fitte: i carabinieri avrebbero segnalato che la testimone sarebbe “gestita” da un giornalista, un dettaglio che getta un’ombra di ambiguità sulla sua completa autonomia.
L’ombra dell’Interpol e le verifiche sui documenti
Mentre la massaggiatrice racconta la sua verità dalla periferia di Maldonado, l’inchiesta giudiziaria avanza su un terreno documentale molto più solido, sebbene non meno scivoloso. La Procura generale, sollecitata dal Quirinale dopo gli scoop giornalistici, ha ottenuto dal Ministero della Giustizia il via libera per accertamenti che vanno ben oltre i confini italiani. Gli inquirenti stanno scandagliando la vita di Minetti in Uruguay e Spagna, cercando di capire se il “perdono” presidenziale – che è una grazia condizionata alla non commissione di reati per i prossimi cinque anni – sia stato concesso sulla base di un quadro parziale o peggio alterato della realtà. L’elemento più delicato riguarda l’iter adottivo del bambino e le sue presunte condizioni di salute, un presupposto che i legali della coppia, gli avvocati Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, difendono con forza, definendo “inveritiere” le ricostruzioni giornalistiche e annunciando querele per cifre astronomiche. Tuttavia, il silenzio o le smentite da parte di strutture ospedaliere italiane come il San Raffaele e l’ospedale di Padova – i quali dichiarano di non aver mai avuto in cura il minore – hanno trasformato quella che doveva essere una semplice formalità burocratica in un potenziale caso di falso.
Il parere tagliente di un ex guardasigilli
Nel dibattito che si è acceso attorno alla tenuta di via Arenula e al ministro Carlo Nordio, la voce di Oliviero Diliberto, ex ministro della Giustizia ed ex leader dei Comunisti Italiani, suona come un monito tecnico libero dalle mediazioni della politica attuale. In un’intervista rilasciata al Foglio, Diliberto – che oggi insegna Diritto Romano in Cina e osserva la scena italiana da una distanza ormai decennale – non usa giri di parole: “Mi sarei permesso di suggerire al presidente di non dare la grazia, perché almeno uno dei due reati commessi da Minetti, quello di induzione alla prostituzione, francamente è odioso”. Il giurista, che da ministro gestì le suppliche di “poveri disgraziati” rinchiusi nelle carceri, sottolinea l’anomalia più evidente dell’intero pasticcio: il fatto che, nonostante la condanna definitiva, l’ex consigliera abbia potuto conservare il passaporto e “girare tranquillamente il mondo” invece di essere sottoposta all’affidamento in prova ai servizi sociali. La sua analisi, spietata nei confronti del ministro Nordio (“non so come faccia a rimanere al suo posto”), aggiunge un capitolo di imbarazzo istituzionale a una vicenda che ormai viaggia su due binari paralleli: quello della solidità delle motivazioni umanitarie che hanno spinto il presidente Mattarella alla firma, e quello della condotta successiva della beneficiaria.
Gli ultimi risvolti investigativi e la strategia della coppia
Mentre la Procura generale attende riscontri dall’Uruguay e dalla Spagna per capire se esistano procedimenti penali a carico dei diretti interessati o semplicemente per verificare la “fama” di Minetti e Cipriani in quei territori, la tensione narrativa del caso si alimenta di dettagli processuali significativi. La donna che si definisce testimone, Graciela Mabel, ha ammesso di aver ricevuto un risarcimento di seimila euro per lavoro nero, una cifra che il suo stesso legale uruguaiano, Bruno Aldecoa, definisce “bassa” rispetto agli standard. Questo accordo economico, unito alla segnalazione dei carabinieri sulla sua presunta “gestione” da parte di un giornalista, rappresenta l’arma più affilata che i legali di Minetti potranno utilizzare per tentare di demolire la sua credibilità in un eventuale contraddittorio. Da parte loro, gli avvocati della coppia hanno già pronta la controffensiva: descrivono la dipendente come una persona insoddisfatta che ha cambiato versione dopo aver abbandonato il posto di lavoro, e ribadiscono la trasparenza dell’iter adottivo, conclusosi regolarmente nel 2023 davanti al tribunale veneziano. La Procura, intanto, ha già chiarito che al termine di queste verifiche – le cui tempistiche potrebbero essere molto rapide grazie alla cooperazione internazionale – potrebbe addirittura modificare il proprio parere iniziale, trasmettendo gli atti alla Procura ordinaria qualora emergessero incongruenze dolose nella richiesta di clemenza.




