La Siria divisa: tra cessate il fuoco imposto e nuovi equilibri di potere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quello che sta accadendo in Siria non è semplicemente un altro capitolo di una guerra infinita, ma l’ennesima ridisegnazione di alleanze e territori, dove la forza bruta prevale sulla diplomazia. Ahmad Sharaa, autoproclamatosi presidente con l’appoggio di Turchia, Stati Uniti e paesi del Golfo, ha dimostrato in otto mesi di governo che la sua retorica inclusiva è poco più di una foglia di fico. La "nuova Siria", che avrebbe dovuto rappresentare tutti i siriani, si sta rivelando un progetto di potere basato sulla repressione e sulla spartizione forzata.

A Sweida, provincia a maggioranza drusa, il cessate il fuoco raggiunto mercoledì scorso non è frutto di negoziati, ma dell’intervento militare israeliano. "Non con le richieste, non con le suppliche: con la forza", ha dichiarato Benjamin Netanyahu, sottolineando una realtà che Damasco non può ignorare. L’aviazione israeliana ha colpito oltre 27 obiettivi, spingendosi fino a Daraa e alla periferia della capitale, dove un missile ha centrato il palazzo presidenziale. Nella notte, gli attacchi si sono estesi al governatorato di Latakia, a quasi 500 chilometri dal fronte principale, segnando un’escalation senza precedenti.

La crisi a Sweida era esplosa martedì, quando decine di drusi israeliani avevano varcato il confine per unirsi ai combattimenti tra milizie locali, beduini armati e forze governative. Gli scontri, che in pochi giorni hanno causato oltre 300 vittime, hanno costretto l’esercito di Tel Aviv a intervenire direttamente, colpendo anche il ministro della Difesa siriano. Un episodio che conferma come la frontiera tra Israele e Siria, già fragile, si stia sgretolando sotto il peso di alleanze trasversali e vecchie rivalità.

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