La Siria divisa: il nuovo regime tra repressione e raid israeliani

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo otto mesi dall’insediamento di Ahmad Sharaa, autoproclamatosi presidente della Siria con l’appoggio di Turchia, Stati Uniti e monarchie del Golfo, la retorica di una “nuova Siria” inclusiva si è dissolta nella realtà dei fatti. Quello che emerge è un governo transitorio che preferisce il bastone alla carota, come dimostrano gli ultimi sviluppi nella regione di Suweida, dove un cessate il fuoco imposto dalle armi ha temporaneamente fermato gli scontri tra milizie druse, tribù beduine e forze di Damasco.

Mercoledì, l’aviazione israeliana ha colpito oltre 27 obiettivi, spingendosi fino a Daraa e all’area della capitale, incluso il palazzo presidenziale. Nella notte, i raid sono proseguiti nel governatorato di Latakia, a quasi 500 chilometri da Suweida, segnando un’escalation che va ben oltre la consueta risposta alle provocazioni di Hezbollah. Israele, che sotto la presidenza di Trump ha rafforzato la sua linea dura, ha rivendicato l’attacco come risposta agli scontri al confine, dove martedì decine di drusi israeliani avevano varcato la frontiera per unirsi ai combattimenti in corso nella città siriana.

A Sweida, teatro di una sanguinosa battaglia tra milizie druse, gruppi beduini armati e forze del regime, il bilancio è salito a oltre 300 morti prima che l’esercito israeliano intervenisse, colpendo anche il ministro della Difesa siriano. Le agenzie locali, tra cui Sana, hanno denunciato un nuovo raid ai margini della città, il primo dopo il ritiro delle truppe governative, mentre fonti indipendenti parlano di quasi 600 vittime negli scontri degli ultimi giorni.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.