Silvia Salis si racconta a vanity fair: “Sono madre, cattolica, eterosessuale”. E intanto il Fatto la mette nel mirino
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Non è solo la copertina di un rotocalco, fosse quella il solo punto di partenza. L’operazione che ruota attorno alla sindaca di Genova, Silvia Salis, sembra piuttosto un prudente ma deciso posizionamento in quella fascia di elettorato moderato che la sinistra italiana insegue da tempo, quella stessa fetta di paese che nei sondaggi continua a guardare al centrodestra con un misto di fiducia e rassegnazione. Da quando ha preso possesso di palazzo Tursi – un’elezione, la sua, avvenuta ormai quasi un anno fa, nel maggio del 2025 – la sua ascesa mediatica è stata fulminea: da semi-sconosciuta a potenziale (seppur mai dichiaratamente candidata) guida di un centrosinistra frammentato, il tutto nel giro di pochissimi mesi. Se Bloomberg l’ha ribattezzata “l’anti-Meloni”, l’intervista rilasciata al settimanale diretto da Simone Marchetti prova a definire meglio i contorni di questa figura, fatta di affermazioni identitarie mirate e di una gestione controllata della propria immagine pubblica.
Le parole che (forse) puntano a un elettorato specifico
Nell’intervista a Vanity Fair, in edicola dal 22 aprile, Salis sceglie con cura una formula che suona come un dichiarato capolavoro retorico: “Sono madre, cattolica, sposata, sono eterosessuale”. Una frase questa che richiama inevitabilmente certe auto-descrizioni della presidente del Consiglio, ma che la sindaca tiene subito a differenziare nell’interpretazione (“ma non credo che il mio sia l’unico modello”, precisa immediatamente). L’obiettivo sembra duplice: rassicurare un elettorato tradizionale sui valori personali senza però alienarsi le ali più progressiste della coalizione, quelle per cui i diritti civili restano un tema dirimente. Non a caso, la stessa Salis ha rivendicato la trascrizione all’anagrafe dei figli di coppie omogenitoriali come un atto dovuto, un diritto che il Comune non concede per grazia ma garantisce perché la legge lo prevede. Questa capacità di muoversi su due binari – quello valoriale privato e quello amministrativo laico – rappresenta forse l’elemento più interessante della sua costruzione politica.
L’inchiesta del Fatto e il “timore” di una leadership concreta
Proprio mentre la copertina di Vanity Fair faceva il giro dei social e delle edicole, un’altra testata, “Il Fatto Quotidiano”, inaugurava una vera e propria inchiesta a puntate sull’operato della prima cittadina. Il quotidiano – la cui linea editoriale molti osservatori politici descrivono come influenzata dall’area pentastellata, sebbene la situazione sia più sfumata di quanto sembri – ha pubblicato pezzi critici su delibere passate e sulle procedure di nomina di una sua ex compagna di classe (Elena Putti) a una posizione di rilievo nel sistema museale cittadino. L’impressione, leggendo i commenti a caldo, è che questa aggressione mediatica sia inversamente proporzionale alla paura che Salis incute in certi ambienti: se la candidatura della sindaca di Genova prendesse davvero, andrebbe a scavalcare quelle ipotesi di leadership che vedrebbero naturalmente protagonisti Giuseppe Conte o Elly Schlein. La sindaca non ha ancora sciolto la riserva sulle primarie, anzi. Recentemente ha ribadito di voler “fare la sindaca”, mantenendo un profilo istituzionale defilato rispetto alle schermaglie nazionali, ma i riflettori internazionali (The Guardian su tutti) sono ormai puntati su di lei.
La macchina organizzativa e i retroscena di palazzo
Dietro questa ascesa non c’è solo la spontaneità del consenso popolare, che pure ha mostrato i muscoli durante la vittoria elettorale di un anno fa. C’è una regia precisa, che a guardarla da vicino coinvolge persone vicine a Matteo Renzi. A cominciare dal marito, Fausto Brizzi, regista che ha curato i video della Leopolda per tre edizioni. E poi c’è un comunicatore che è stato portavoce dello stesso leader di Italia Viva. Questa infrastruttura comunicativa racconta di un progetto di respiro nazionale che non vuole lasciare nulla al caso, fatto di simboli, di look patinati (le critiche per le scarpe di lusso sono state liquidate con un “non entrano nel merito”) e di quella certa capacità di fare tendenza che piace tanto ai media stranieri. Nelle ultime settimane, inoltre, un concerto techno in piazza Matteotti l’ha trasformata in un meme virale: un passaggio obbligato, a quanto pare, per chiunque ambisca a diventare un fenomeno pop anche al di fuori della bolla politica tradizionale.
Un cantiere aperto per il centrosinistra
A destra, intanto, qualcuno guarda con interesse allo stillicidio di critiche che arriva alla sindaca proprio dal suo fianco sinistro. L’idea che i 5 Stelle possano temere l’effetto catalizzatore di Salis su un elettorato più moderato e meno ideologico è un’analisi che trova diversi sostenitori tra gli strateghi dell’opposizione. Il Fatto è partito con le sei delibere, è proseguito con le accuse di “amichettismo” nelle nomine, e ha chiuso la seconda puntata con un secco “Alla prossima”. Non si tratta, evidentemente, di un fuoco di paglia, ma di una campagna strutturata che nei prossimi giorni potrebbe infittirsi ulteriormente. Resta da capire, quindi, se l’operazione Salis sia l’inizio concreto di una nuova era per il centrosinistra o se si rivelerà solo una fase di transizione, destinata a esaurirsi non appena i vertici dei partiti troveranno un altro equilibrio. Per ora, la sindaca regge l’urto e risponde con il sorriso, il candidato premier che non ti aspetti.




