Trump e l’Europa: le parole forti sull’Ucraina e la dottrina del disimpegno
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Redazione Esteri
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La nuova dottrina di politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la cui architettura prende sempre più forma, sta producendo un vero e proprio terremoto nelle cancellerie europee, trovando il proprio cardine in una visione che descrive senza mezzi termini un’Europa debole e confusa. In un’intervista rilasciata l’8 dicembre a Politico, il tycoon ha dipinto un continente guidato da leader che “non sanno dove andare”, avviato, secondo la sua lettura, verso un’irrimediabile decadenza. Queste affermazioni, per quanto dure, non costituiscono un episodio isolato ma rappresentano piuttosto il filo conduttore di una strategia ben precisa, la quale aveva già trovato una formulazione ufficiale nella recente Strategia di sicurezza nazionale americana: un documento che, relegando il Vecchio Continente in fondo alla lista delle priorità di Washington, invitava esplicitamente a “coltivare la resistenza” alla traiettoria attuale dell’Unione Europea.
Il nodo ucraino e la realtà dei fatti
Il banco di prova più immediato e scottante di questa frattura transatlantica resta, com’è ovvio, il conflitto in Ucraina, sul quale Trump ha espresso posizioni che hanno gelato i colloqui con gli alleati. Durante una conferenza stampa a Washington, il presidente ha ammesso di aver discusso la questione con i leader di Francia, Germania e Regno Unito “con parole piuttosto forti”, definendoli pur sempre “ottimi leader” e “cari amici”. Il tono cordiale delle relazioni personali, tuttavia, non ha minimamente scalfito la sostanza di un disaccordo profondo, emerso con chiarezza durante una telefonata nella quale la Casa Bianca ha respinto con un secco altolà il piano di pace rielaborato dagli europei sulla base della proposta americana. L’amministrazione Trump, stando alle ricostruzioni, non intende “perdere tempo” in mediazioni giudicate poco efficaci, spingendo invece per una soluzione rapida che ponga fine alle ostilità.
La pressione su Zelensky e il tema delle elezioni
Centrale, in questa visione, è la figura del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al quale Trump ha rivolto un esplicito invito al realismo. Intervenendo pubblicamente sulla materia, il presidente americano ha sollevato con forza la questione della legittimità democratica di Kiev, chiedendosi apertamente “quanto tempo passerà prima che ci siano le elezioni in Ucraina”, dato che, ha fatto notare, “non hanno elezioni da molto tempo”. Questo approccio, che attinge a sondaggi secondo i quali una larga maggioranza della popolazione ucrainia chiederebbe un accordo, mira evidentemente a creare un quadro di pressione politica supplementare sul governo di Kiev, indicando nella volontà del suo popolo, che “vuole che venga raggiunta una soluzione”, un elemento determinante per chiudere la guerra.
Le conseguenze di una ridefinizione strategica
La postura assunta da Washington, pertanto, non si limita a una semplice critica verbale ma delinea un disimpegno strategico di portata storica, il quale costringe Bruxelles e le principali capitali a fare i conti con una realtà inedita e carica di incognite. L’Europa, accusata di debolezza e di mancanza di direzione, si trova oggi nella necessità di riconsiderare la propria autonomia in materia di difesa e di politica estera, mentre l’asse tradizionale con gli Stati Uniti subisce una torsione imprevista. La richiesta di Trump di vedere “un’Europa forte” suona dunque come un paradosso amaro, poiché arriva accompagnata da azioni concrete che ne minano la stabilità e ne contestano le fondamenta stesse del progetto politico, lasciando intravedere un futuro di bilaterali preferenziali piuttosto che di solide intese comunitarie.




