Crepet e la sindrome del successo facile: “I social ci hanno reso tutti mitomani”
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Redazione Interno
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Non c’è una generazione che possa sentirsi immune, né un’età che offra uno scudo contro la deriva, se è vero – come sostiene Paolo Crepet – che il confine tra realtà e finzione, ai tempi del digitale, si è fatto talmente labile da annullare qualsiasi differenza anagrafica. Lo psichiatra e sociologo, intervistato dal Corriere della Sera a proposito del caso di Adriano Cappellari, il giovane cronista di Enego finito al centro di un’inchiesta per aver simulato un attentato contro sé stesso, non usa mezzi termini nel descrivere un quadro che definisce “senza sorprese”.
Il suo giudizio, per quanto severo, non nasce da un improvviso sdegno, ma dall’osservazione di un fenomeno che, a suo dire, si è radicato in profondità nell’ecosistema mediatico contemporaneo.
Il caso Cappellari e il meccanismo della vittima cercata
La vicenda che ha riacceso i riflettori sulla mitomania sociale è quella del cronista veneto, ventitreenne, che avrebbe scritto lettere minatorie e inscenato un incendio alla propria abitazione per poi accusare presunti nemici, nella speranza di ottenere visibilità e attenzione mediatica. L’inchiesta, che entrerà nel vivo nei prossimi giorni con l’udienza per la perizia tecnica sui dispositivi elettronici sequestrati, si basa sull’ipotesi di reati che vanno dalla calunnia alla simulazione di reato continuata, fino alla truffa ai danni di un ente pubblico.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il ragazzo avrebbe orchestrato una messa in scena complessa, alimentando per mesi la narrazione di un pericolo incombente, salvo poi rivelarsi – secondo l’accusa – l’artefice dello stesso allarme che diceva di subire.
Il caso, per quanto eclatante, non rappresenta per Crepet un'eccezione, ma piuttosto la conferma di una regola non scritta che governa le relazioni e le ambizioni nell'era dei social network. “Adriano pareva maturo, non so cosa gli sia preso”, ha commentato lo psichiatra, sottolineando però che la tentazione di trasformare la propria vita in una narrazione artefatta non è più un appannaggio esclusivo degli adolescenti smarriti, ma si è estesa a fasce d’età ben più ampie, coinvolgendo adulti che dovrebbero, in teoria, possedere gli strumenti critici per distinguere l'essere dall'apparire.
“Siamo tutti mitomani”: la diagnosi di Crepet
La riflessione di Crepet, che proprio in questi mesi ha pubblicato il saggio “Riprendersi l’anima” (HarperCollins), parte da un assunto che potrebbe apparire provocatorio ma che lo psichiatra difende con argomentazioni precise: la mitomania, intesa come tendenza a costruirsi una identità fittizia per ricevere approvazione, non è più un disturbo individuale, ma una sorta di tratto culturale collettivo.
“Da quando esistono i social siamo tutti e tutte un po' mitomani”, ha dichiarato, aggiungendo che il meccanismo premiante dei like e dei follower ha sostituito il vecchio sistema di meritocrazia basato sullo studio, sull’impegno e sulla pazienza, valori che oggi appaiono desueti se non addirittura controproducenti in un ecosistema che esalta le scorciatoie.
Lo psichiatra non risparmia un'accusa che investe anche il mondo degli adulti, a partire dai genitori, chiamati in causa come corresponsabili di un modello educativo che spesso confonde il successo con la notorietà e l'autoaffermazione con l'esibizione.
Secondo Crepet, una fetta consistente della responsabilità va attribuita a chi, invece di insegnare il valore della fatica e della costruzione graduale di un percorso, ha finito per assecondare o addirittura incoraggiare l'illusione che si possa diventare qualcuno senza il peso della competenza, grazie al semplice talento nel confezionare una storia avvincente per il pubblico del web.
Il ruolo dei social e la disumanizzazione tecnologica
Nel suo ultimo lavoro, lo psichiatra si sofferma anche sul rapporto tra tecnologia, intelligenza artificiale e progressivo isolamento sociale, temi che ritornano con forza nel commento al caso di cronaca. La piattaforma digitale, osservata come un ambiente che premia l'immediatezza e penalizza la profondità, viene indicata come il terreno fertile su cui crescono le distorsioni della personalità e la ricerca spasmodica di un consenso che, una volta ottenuto, si rivela però effimero e insoddisfacente.
“Siamo diventati tutti deficienti”, ha esclamato lo psichiatra in un momento del colloquio, un'esclamazione che non va letta come un insulto generico ma come una denuncia della superficialità con cui vengono affrontate le scelte di vita, sia dai giovani che dagli adulti, nell'illusione che la visibilità equivalga al valore.
La denuncia di Crepet si inserisce in un dibattito più ampio che riguarda il ruolo delle nuove generazioni, spesso accusate di essere vittime di un sistema che non offre alternative se non quella dell'apparire, ma che al contempo non può essere assolto dalla complicità di chi quelle piattaforme le ha create e le alimenta.
La vicenda di Cappellari, con i suoi risvolti giudiziari ancora da definire, diventa così il pretesto per una riflessione che supera i confini del singolo episodio e investe il modello culturale dominante, dove la differenza tra essere e sembrare si assottiglia fino a confondersi, e dove la cronaca stessa rischia di trasformarsi in uno spettacolo da consumare velocemente.
La responsabilità degli adulti e il vuoto educativo
Uno dei punti più significativi toccati dallo psichiatra riguarda la mancanza di un controaltare educativo capace di opporsi alla deriva performativa dei social. L'assenza di modelli che valorizzino la conoscenza, lo studio e la pazienza lascia spazio a una sorta di vuoto pedagogico che i ragazzi riempiono con gli esempi che trovano online, dove il successo viene raccontato quasi esclusivamente come un fatto di esposizione mediatica.
Crepet insiste sul fatto che non si tratta di condannare la tecnologia in sé, quanto piuttosto l'uso distorto che se ne fa, e che la responsabilità non può essere scaricata solo sulle piattaforme o sugli algoritmi, ma va cercata anche nelle scelte educative quotidiane, nelle priorità che si trasmettono ai figli e nel modo in cui si valuta il loro impegno.
Il caso di Enego, con le sue zone d'ombra ancora da chiarire, offre uno spunto per interrogarsi su quanto la spinta a costruirsi una narrazione eroica o vittimistica sia diventata una tentazione ordinaria, quasi normale, in un contesto che offre ricompense immediate a chi sa catturare l'attenzione.
Il cronista ventitreenne, che aveva scelto un mestiere legato alla narrazione dei fatti, potrebbe aver finito per confondere il racconto della realtà con la creazione di una realtà parallela, una deriva che Crepet interpreta come il sintomo di un malessere diffuso, non circoscrivibile a una singola personalità fragile.
L'udienza per la perizia tecnica, che si terrà nei prossimi giorni, rappresenterà il prossimo passaggio giudiziario per fare chiarezza sulle responsabilità del ragazzo, ma il dibattito aperto dallo psichiatra va ben oltre l'esito del processo.
La domanda che resta sospesa è se esista ancora, in una società iperconnessa, uno spazio per un successo che non passi attraverso lo schermo, e se le nuove generazioni avranno la possibilità di sperimentare forme di realizzazione che non implichino la messa in scena di sé, oppure se la mitomania, così come la descrive Crepet, sia destinata a diventare l'unica lingua franca di un mondo che ha smarrito il senso della misura e della verità.
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