Prima le bollette e poi le armi: l’Italia non vuol morire per le fisime europee

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Serve una sterzata, e nemmeno tanto lieve, per uscire dalla morsa di una prudenza - quella mostrata finora verso i dettami di Bruxelles - che, a conti fatti, ha restituito poco o nulla all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Dopo aver seguito una linea attendista, è lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a lasciar cadere la maschera della diplomazia: le priorità nazionali vanno ridefinite, in particolare nel comparto della Difesa, dove l’asticella della spesa imposta dai parametri comunitari si scontra quotidianamente con una realtà industriale ed energetica ben più complessa. È vero, come ha risposto quasi per le rime il premier a chi gli chiedeva conto del malumore, che di motivi per essere ottimisti ce ne sono pochi «perché basta guardare i telegiornali»; ma è altrettanto vero che l’atteggiamento accondiscendente verso l’asse franco-tedesco non ha evitato all’Italia di rimanere schiacciata tra il caro energia e i nuovi vincoli del fiscal compact.

Un avvocato generale dice sì ai Cpr albanesi (ma con delle condizioni)

Mentre a Roma si discute di margini di bilancio e dei costi della transizione green, una notizia apparentemente laterale giunge dal Lussemburgo, destinata a infiammare il dibattito politico interno. Pochi minuti dopo le dieci, viene diffuso il parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia europea, Nicholas Emiliou: il protocollo che lega Italia e Albania per la gestione dei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) è da ritenersi «compatibile» con il diritto dell’Unione. L’alto magistrato, nella sua analisi, chiarisce che le norme comunitarie sui rimpatri e sull’asilo non impediscono a uno Stato membro di istituire strutture di trattenimento fuori dai propri confini. Tuttavia, ecco l’inciso che rischia di trasformare l’apparente vittoria in una nuova battaglia legale: quella compatibilità è vincolata al «rispetto di tutte le garanzie previste» per i migranti. In altre parole, se le tutele dovessero saltare, i giudici potrebbero ribaltare il tavolo.

La reazione di Meloni e l’ombra delle sentenze passate

La reazione di palazzo Chigi non si è fatta attendere. La premier Meloni ha rivendicato il parere come una «conferma della validità della strada intrapresa», aggiungendo, con una stoccata ai palazzi di giustizia italiani, che le resistenze giudiziarie degli ultimi due anni sono costate care al paese. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è ai ricorsi presentati dalla Cassazione e dai tribunali ordinari, i quali avevano più volte stoppato i trasferimenti di richiedenti asilo verso gli scali albanesi. Quell’intreccio di competenze - tra chi valuta la sicurezza dei paesi d’origine (come l’Egitto o il Bangladesh) e chi invece invoca il principio di non respingimento - ha di fatto paralizzato il progetto per mesi. Ora, con l’avvocato generale che dà fiato alle trombe del governo, l’esecutivo prova a forzare la mano, consapevole che la sentenza definitiva della Corte, attesa tra fine maggio e inizio giugno, potrebbe discostarsi da questo orientamento (anche se statisticamente, si sa, i giudici seguono spesso i pareri ricevuti).

Sicurezza interna e l’intreccio con i decreti approvati alla Camera

Parallelamente alla partita europea, l’agenda politica interna tiene banco con l’esame dei due decreti sicurezza varati dal governo. Proprio nel giorno in cui l’avvocato generale dava il suo via libera condizionato ai Cpr in Albania, l’aula della Camera procedeva verso il voto finale sulla conversione in legge del primo pacchetto, mentre a palazzo Chigi si limava il testo “correttivo” per venire incontro ai rilievi del Quirinale. La seconda norma, in particolare, riguarda gli indennizzi agli avvocati che assistono i migranti nelle procedure di rimpatrio: una misura contestata dalle opposizioni, rea di trasformare il gratuito patrocinio in una sorta di premio a pioggia per i legali. Non sfugge, tuttavia, la linea di continuità tra l’accordo con Tirana e i decreti interni: entrambi mirano a inasprire la repressione dell’immigrazione irregolare, con il governo che tenta di blindare le proprie riforme da possibili future bocciature della Consulta.

Le condizioni dell’Ue che rischiano di vanificare tutto

E qui veniamo al punto dolente, quello che trasforma un’apparente vittoria in una scommessa ad alto rischio. Se da un lato l’avvocato generale Emiliou apre alla delocalizzazione dei Cpr, dall’altro pone paletti ferrei sulla «piena tutela dei diritti». Cosa significa, in concreto? Che i centri di Gjader dovranno garantire, senza ombra di dubbio, l’accesso all’assistenza legale, a interpreti linguistici qualificati e la possibilità per i detenuti di contattare familiari e autorità consolari. Inoltre, particolare attenzione va riservata ai minori e ai soggetti vulnerabili, categorie per le quali il trattenimento in un paese terzo diventa ancora più spinoso. La magistratura italiana, in passato, ha già dimostrato di avere una lettura molto restrittiva di queste garanzie: se un giudice di pace o una corte d’appello riterrà che i diritti non siano sufficientemente protetti, scatterà immediato il blocco dei trasferimenti, vanificando l’ok di Lussemburgo. L’esecutivo, forte del parere ricevuto, ha già annunciato che «andrà avanti», ma la strada verso l’operatività quotidiana dei Cpr appare ancora irta di ostacoli legali e logistici.

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