L'olio extravergine italiano nella morsa dell'import a basso costo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il settore olivicolo nazionale, da tempo alle prese con una struttura frammentata e le incognite del clima, si trova oggi a fronteggiare una concorrenza esterna che ne mina le fondamenta economiche. Una massa imponente di olio straniero, che ha superato i cinquecento milioni di chili nel corso del 2025, invade regolarmente il mercato italiano, esercitando una pressione insostenibile sui listini e generando un circuito opaco dove frodi e adulterazioni trovano terreno fertile. A subirne le conseguenze, in un circolo vizioso che pare inarrestabile, sono sia i coltivatori, costretti a cedere il proprio prodotto a valori che non coprono i costi, sia i consumatori, spesso disorientati da etichette che non garantiscono una trasparenza effettiva sulla provenienza.

Il nodo della produzione e del fabbisogno interno

Il paradosso, come sottolineato dalle analisi di Coldiretti, risiede in uno squilibrio strutturale: il fabbisogno annuo del Paese si attesta sulle seicentomila tonnellate, una domanda che la produzione interna riesce a soddisfare soltanto per la metà. Questo divario, che impone necessariamente il ricorso all'importazione, si è trasformato in una vulnerabilità strategica, sfruttata da Paesi che possono proporre oli a prezzi estremamente competitivi. La Tunisia, in particolare, si è affermata come uno dei principali fornitori, grazie a condizioni che rendono il suo prodotto difficilmente battibile sul piano del costo, mettendo in seria difficoltà le aziende italiane, le quali, per non perdere quote di mercato, sono spinte a vendite in perdita.

Il sistema dei controlli sotto accusa

Accanto alla guerra dei prezzi, che rischia di svuotare di valore il simbolo stesso del made in Italy agroalimentare, emerge con forza la questione dei controlli, spesso giudicati insufficienti a garantire la sicurezza e l'autenticità di quanto circola. L'etichettatura, nonostante i tentativi di chiarimento normativo, rimane per molti versi un territorio ambiguo, dove le indicazioni sull'origine possono risultare fuorvianti per chi acquista. Questo vuoto, che alcuni definiscono di vigilanza, non fa che alimentare un mercato grigio, nel quale si insinuano pratiche illecite che danneggiano la reputazione dell'intera filiera, già provata dalla concorrenza sleale.

Le ricadute sulla filiera e sul territorio

La tensione, come riportato, sale ormai ai livelli di guardia nelle campagne, dove gli olivicoltori vedono svanire il frutto del proprio lavoro. La crisi di redditività, del resto, ha effetti a catena che vanno ben oltre il semplice dato economico, minacciando la tenuta sociale di intere aree rurali e il presidio idrogeologico di territori tradizionalmente modellati dalla coltura dell'ulivo. Senza un intervento coraggioso che riequilibri le regole del gioco, bilanciando la necessità di approvvigionamento con la tutela della produzione nazionale di qualità, il rischio concreto è di assistere a un progressivo impoverimento non solo economico, ma anche culturale e paesaggistico.

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