Il tribunale di Palermo condanna lo Stato al risarcimento per la Sea Watch di Carola Rackete: oltre 76mila euro per il fermo del 2019

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il verdetto, emesso dai giudici del capoluogo siciliano, arriva a distanza di quasi sette anni dai fatti che infiammarono il dibattito politico nazionale, e stabilisce una volta per tutte – almeno sul piano giudiziario civile – l’illegittimità del provvedimento che tenne ferma la nave della Ong tedesca. La somma, quantificata in poco più di 76mila euro, dovrà essere corrisposta dallo Stato italiano alla Sea Watch a Titolo di risarcimento per i danni patrimoniali subiti: si tratta, nel dettaglio, di spese portuali e di agenzia, del carburante consumato per mantenere in funzione la nave e dei costi legali affrontati dall’organizzazione tra ottobre e dicembre del 2019, un periodo in cui l'imbarcazione rimase di fatto bloccata. Il provvedimento trae origine dalla vicenda della Sea-Watch 3, il natante che, al comando dell’allora capitano Carola Rackete, forzò il blocco navale nel porto di Lampedusa il 29 giugno di quell’anno per fare sbarcare 42 migranti soccorsi in mare, un gesto che le valse un iniziale arresto – poi non convalidato dal giudice – e che divise l’opinione pubblica tra chi la considerava una eroina e chi una fuorilegge.

I dettagli di una battaglia legale durata anni

La decisione del tribunale, anticipata dall'agenzia di stampa Adnkronos e riportata poi da diverse testate, non si limita a sancire un mero ristoro economico, ma affonda le radici in una complessa querelle giuridica che si è protratta nel tempo. Dopo lo sbarco forzato, la procura di Agrigento dispose il sequestro probatorio della Sea-Watch 3, un provvedimento che venne però superato a settembre, quando il tribunale del riesame ordinò la restituzione della nave alla Ong. Tuttavia, non appena il sequestro penale venne meno, subentrò un fermo amministrativo basato su una interpretazione del cosiddetto decreto sicurezza bis voluto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, un provvedimento che prevedeva pesanti sanzioni per le navi umanitarie che violassero il divieto di ingresso in acque territoriali. Fu solo a dicembre del 2019, con un nuovo ricorso d'urgenza accolto sempre dal tribunale di Palermo, che la Sea Watch ottenne il dissequestro definitivo e poté far ripartire la sua imbarcazione. Il risarcimento oggi riconosciuto, dunque, copre proprio i danni economici maturati in quei mesi di fermo che i giudici hanno ora giudicato come non dovuto.

La reazione della Ong e le parole della portavoce

Dalla Germania, dove ha sede l’organizzazione, è arrivato un commento pungente e carico di significato politico. La Sea Watch, attraverso una nota diffusa sui propri canali social, ha voluto sottolineare la distanza che intercorre tra le iniziative annunciate dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni – che proprio in questi giorni rilancia l’ipotesi di un blocco navale per contrastare l’immigrazione irregolare – e le pronunce della magistratura. «Mentre il governo annuncia il "blocco navale" e attacca le Ong del soccorso in mare, il diritto ancora una volta dà ragione alla disobbedienza civile», si legge nel messaggio diffuso dall’associazione, parole che suonano come una riaffermazione della legittimità delle operazioni di salvataggio in mare. In particolare, la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, ha commentato la sentenza spiegando come la vicenda giudiziaria dimostri che la disobbedienza civile non è arroganza, ma piuttosto uno strumento di protezione del diritto internazionale contro gli attacchi di chi, abusando della propria posizione di potere, finisce per calpestare diritti e libertà fondamentali. Linardi ha poi aggiunto che, mentre sulle coste italiane continuano a riaffiorare i cadaveri di migranti, il governo individua ancora una volta nelle organizzazioni non governative il nemico da battere, un atteggiamento che lei e l’associazione non intendono accettare.

La dura replica della maggioranza di governo

Dall’altra parte dello schieramento politico, la reazione non si è fatta attendere ed è stata particolarmente veemente, alimentando ulteriormente lo scontro istituzionale. Fratelli d'Italia, il partito della presidente del Consiglio, ha parlato senza mezzi termini di una «sentenza vergognosa» e di un ennesimo «schiaffo morale» agli italiani onesti, nonché all’attività di contrasto all'immigrazione portata avanti dal governo. Il vicepresidente vicario di Fratelli d'Italia al Senato, Raffaele Speranzon, ha duramente attaccato il provvedimento definendolo un attacco della magistratura all’esecutivo, quasi a voler delineare uno scontro tra poteri dello Stato. Secondo l'esponente del partito di maggioranza, se una parte dei giudici ritiene di poter fermare con queste decisioni le politiche di difesa del territorio nazionale, ha capito male: il governo, ha garantito, non si fermerà, perché il contrasto all’immigrazione irregolare è un dovere morale prima ancora che politico. Parole di fuoco che confermano come la vicenda, pur essendo stata definita sul piano civile, rimanga una ferita aperta nel dibattito pubblico e una questione politica di primissimo piano, capace di riaccendere le polemiche tra il palazzo di giustizia e i palazzi del potere.

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