Il governo torna all’attacco della magistratura dopo le sentenze favorevoli alle ong

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il braccio di ferro tra l’esecutivo e alcune procure, un confronto che negli ultimi giorni aveva visto l’intervento a sorpresa del capo dello Stato, si riaccende intorno alle decisioni dei tribunali di Catania e Palermo relative alle navi delle organizzazioni non governative. Da un lato il tribunale etneo, con un provvedimento della giudice Mariaconcetta Gennaro, ha disposto la revoca del fermo di quindici giorni e della relativa sanzione pecuniaria nei confronti della Sea-Watch 5, la nave dell’ong tedesca bloccata dopo un salvataggio di diciotto migranti avvenuto il 25 gennaio nelle acque antistanti la Libia -1. Dall’altro lato, quasi in contemporanea, il tribunale del capoluogo siciliano ha stabilito che lo Stato italiano dovrà risarcire con 76mila euro, più le spese legali che portano il totale a circa 90mila euro, la stessa organizzazione per il sequestro, risalente al 2019, della Sea-Watch 3, l’imbarcazione allora capitanata da Carola Rackete che forzò il blocco navale del porto di Lampedusa speronando una motovedetta della Guardia di Finanza -1-2.

La reazione di palazzo Chigi, come ormai accade con una certa frequenza in materia di contrasto all’immigrazione irregolare, non si è fatta attendere e ha anzi mostrato una determinazione, per usare le parole della stessa presidente del Consiglio, piuttosto ostinata. Giorgia Meloni, attraverso un video diffuso sui suoi canali social, ha definito la decisione dei giudici “una sentenza che lascia letteralmente senza parole”, ricollegandola idealmente all’assoluzione, arrivata qualche anno fa, della stessa Rackete che all’epoca dei fenti venne scagionata dall’accusa di resistenza a nave da guerra -1-2. Il ragionamento della premier, che pure aveva raccolto l’invito al rispetto reciproco tra istituzioni formulato da Sergio Mattarella nel suo intervento al Consiglio superiore della magistratura, si concentra sulla presunta esistenza di una frangia della magistratura che agirebbe in base a un orientamento politico piuttosto che a una rigorosa applicazione del diritto, ostacolando in questo modo la linea del governo in materia di immigrazione -2-4.

Lo scontro si allarga alla campagna referendaria e al caso dei Cpr in Albania

Le critiche dell’esecutivo, lungi dal limitarsi a una semplice polemica quotidiana, si inseriscono in un clima politico particolarmente teso a poche settimane dal referendum sulla giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, e per questo assumono i contorni di una vera e propria offensiva comunicativa. Il vicepremier Matteo Salvini, che all’epoca dei fatti del 2019 era ministro dell’Interno, ha parlato esplicitamente di un “pregiudizio politico di alcuni giudici” che si tradurrebbe in un danno per l’Italia e per gli italiani, cogliendo l’occasione per spronare gli elettori a votare per la riforma -7. La strategia della maggioranza appare chiara: presentare le toghe come un potere privo di legittimazione popolare che si frappone sistematicamente tra la volontà espressa dalle urne e la sua concreta attuazione, un tema, questo, che il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha respinto con fermezza ricordando che “denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino” -2.

Le due sentenze, che si aggiungono ad altre recenti pronunce favorevoli alle ong come quella del tribunale di Genova per la nave Geo Barents, toccano corde sensibili nel dibattito politico italiano e si incrociano con la cronaca di questi giorni, fatta anche di altri provvedimenti giudiziari contestati dal governo -8. Il riferimento, in particolare, è alla decisione di un giudice di Roma che ha condannato il Viminale a risarcire con 700 euro un cittadino algerino con precedenti penali, trasferito in un centro per i rimpatri in Albania, una vicenda che Meloni ha citato come esempio paradigmatico di una giurisprudenza che finirebbe per premiare chi viola la legge -2-6. La Sea-Watch, dal canto suo, attraverso i canali social ha annunciato che la revoca del fermo della Sea-Watch 5 le consentirà di “tornare presto nel Mediterraneo” per riprendere le operazioni di soccorso, mentre la portavoce Giorgia Linardi ha interpretato la sentenza di Palermo come una dimostrazione del fatto che “la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo” -1-2.

Il nodo giuridico dei soccorsi in mare e il silenzio della prefettura

Dal punto di vista giuridico, le due decisioni dei tribunali siciliani poggiano su motivazioni distinte ma entrambe legate alla complessa materia delle operazioni di salvataggio in mare e dei conseguenti provvedimenti amministrativi. Nel caso della Sea-Watch 5, il giudice di Catania ha rilevato che sussistono i presupposti per la sospensione del fermo, sottolineando nel decreto come, seppur il termine del fermo fosse ormai decorso, si potesse configurare un pregiudizio nel possibile aggravamento della risposta sanzionatoria in caso di future contestazioni, fissando quindi l’udienza per il contraddittorio tra le parti al prossimo 2 marzo -1-7. La nave era stata sanzionata perché, in base alla ricostruzione delle autorità italiane, non avrebbe comunicato alle autorità libiche le coordinate del soccorso, un’accusa che la ong respinge ricordando le continue violazioni dei diritti umani documentate nella zona Sar libica -1.

La vicenda del risarcimento per la Sea-Watch 3, invece, affonda le radici in una questione procedurale legata al cosiddetto silenzio-accoglimento. Dopo il sequestro del 2019, l’ong aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento, ma dall’ufficio prefettizio – all’epoca guidato dal ministro Luciana Lamorgese nel governo Conte II – non era mai giunta risposta, determinando così, per legge, la cessazione automatica degli effetti del provvedimento -2-8. Da qui la richiesta di danni per i costi sostenuti durante il fermo, una richiesta che i giudici hanno accolto condannando i ministeri competenti a coprire le spese documentate, una circostanza che la deputata della Lega Simonetta Matone ha commentato suggerendo ironicamente di “citofonare Lamorgese” per comprendere le ragioni di quel mancato riscontro -8.

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