Il tribunale di Palermo condanna lo Stato a risarcire Sea Watch, e il governo attacca i giudici tra tensione e campagna referendaria

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sentenza emessa dal tribunale di Palermo, quella che impone allo Stato italiano il risarcimento di oltre 76mila euro alla ong tedesca Sea Watch per il fermo, giudicato illegittimo, della nave Sea Watch 3 nell'estate del 2019, ha scatenato una reazione immediata e durissima da parte della maggioranza di governo. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato di una decisione “assurda”, dichiarandosi “letteralmente senza parole” di fronte a quella che lei stessa ha definito una lunga serie di pronunce giudiziarie contrarie all'azione dell'esecutivo in materia di contrasto all'immigrazione. Al suo fianco, come prevedibile, il vicepremier Matteo Salvini, che all'epoca dei fatti era ministro dell'Interno e artefice della politica dei porti chiusi, ha rincarato la dose parlando di un “vero e proprio premio” per chi, come l'allora comandante Carola Rackete, “speronò una motovedetta dei militari italiani”, definendo l'intera vicenda una “follia”.

A queste voci si è aggiunta, e non è un dettaglio di poco conto, anche quella del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che pur rivestendo la seconda carica dello Stato non ha esitato a definire “abnorme” il provvedimento, sposando in pieno la linea della premier e sottolineando come simili decisioni rischino di “rendere sempre più difficile far rispettare le leggi”. L'attacco concentrico dei massimi vertici istituzionali, avvenuto peraltro nello stesso giorno in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si era recato al Csm per richiamare al “rispetto vicendevole” tra poteri, ha immediatamente alzato il livello dello scontro, innestandosi perfettamente nel clima rovente della campagna per il referendum sulla giustizia, quello che chiamerà gli italiani alle urne il 22 e 23 marzo prossimi.

La replica dei magistrati e il nodo giuridico: un silenzio della prefettura all'origine della condanna

A difendere il lavoro dei colleghi e, più in generale, l'autonomia e l'indipendenza della funzione giudiziaria, è stato chiamato a rispondere il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, che con parole misurate ma ferme ha respinto le accuse di parzialità. Le reazioni del governo, ha spiegato Morosini, sarebbero “figlie del clima di tensione che sta maturando con la campagna referendaria”, un'atmosfera incandescente che spingerebbe la politica a strumentalizzare qualsiasi pronuncia sgradita. Ha poi tenuto a precisare, Morosini, come la sentenza in questione sia stata emessa da “una magistrata competente e preparata”, dopo un attento esame del materiale probatorio e nel contraddittorio tra le parti, ricordando che, come qualsiasi altra decisione giudiziaria, essa è comunque impugnabile. “Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso”, ha aggiunto, “magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con il legittimo diritto di critica”.

E di motivazioni, a ben guardare, la sentenza ne ha di ben precise e tutte incentrate su un vizio procedurale dell'amministrazione. La vicenda, per chi non la ricordasse, affonda le radici nel giugno del 2019, quando Carola Rackete, al comando della Sea Watch 3, decise di forzare il blocco e far sbarcare a Lampedusa i 42 migranti soccorsi, urtando durante la manovra una motovedetta della Guardia di finanza. Dopo l'approdo, la nave venne posta sotto fermo amministrativo. Tuttavia, come è emerso dall'istruttoria, la ong presentò opposizione al provvedimento dinanzi al prefetto di Agrigento, ma da quell'ufficio, nonostante i termini di legge, non arrivò mai alcuna risposta. Questo silenzio, secondo la normativa vigente, determinò la cessazione automatica del fermo per “silenzio-accoglimento” dell'opposizione. Ciononostante, l'imbarcazione rimase bloccata per mesi, fino a dicembre, quando un ricorso d'urgenza ne ordinò la restituzione. Il risarcimento, dunque, non è altro che il ristoro dei danni patrimoniali subiti da Sea Watch per quel periodo di trattenuta illegittima, comprendendo voci come spese portuali, costi per il carburante e oneri legali.

L'opposizione in studio e la strumentalizzazione referendaria di una vicenda civilistica

Sul fronte politico, lo scontro ha trovato ampio spazio anche nei talk show televisivi, dove la materia giuridica si è intrecciata inestricabilmente con la propaganda. Ne è un esempio la vivace discussione andata in onda a Coffee break su La7, dove il giornalista Marco Lillo ha duramente contestato il deputato di Forza Italia, Alessandro Cattaneo, accusandolo di mentire agli italiani. L'oggetto del contendere era proprio il tentativo di agganciare la sentenza sul risarcimento alla ong con il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Un nesso, quello tra la vicenda Sea Watch e la riforma costituzionale, che appare quantomeno forzato a molti osservatori, considerando che la pronuncia del tribunale di Palermo si basa su una questione squisitamente civilistica e patrimoniale, ovvero il mancato rispetto delle procedure da parte di un organo amministrativo dello Stato. La stessa ong, d'altronde, ha commentato la vicenda sottolineando come “il diritto ancora una volta dà ragione alla disobbedienza civile”, interpretando la sentenza come una conferma della legittimità delle proprie azioni di soccorso in mare.

A complicare ulteriormente il quadro, e ad alimentare la ridda di polemiche, è giunta nella stessa ora la notizia che il tribunale di Catania ha revocato il fermo di quindici giorni disposto nei confronti di un'altra nave della stessa organizzazione, la Sea Watch 5. Un provvedimento cautelare, questo, che il giudice etneo ha sospeso in attesa dell'udienza di merito fissata per il 2 marzo, e che ha offerto alla Lega il pretesto per un nuovo affondo contro “continue provocazioni di alcuni giudici a favore di Ong straniere”. Così, mentre il capo dello Stato invoca la pacatezza, la macchina della propaganda referendaria sembra viaggiare a regime proprio sulla pelle del contenzioso tra la magistratura e l'esecutivo, con il rischio concreto che il merito delle questioni giuridiche venga del tutto oscurato dal fragore dello scontro politico.

Description: Il governo attacca la sentenza che condanna lo Stato a risarcire Sea Watch per un fermo illegittimo. Il presidente del tribunale di Palermo, Morosini, replica: "Attacchi figli del clima da referendum".

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