Sea Watch 5, il tribunale di Catania sospende il fermo e la nave può tornare in mare
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Redazione Interno
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Il tribunale di Catania ha revocato il provvedimento di fermo amministrativo di quindici giorni, e la relativa sanzione pecuniaria, che era stato imposto alla nave Sea Watch 5. Lo ha reso noto la stessa organizzazione non governativa attraverso i propri canali social, annunciando l'intenzione di far ritorno nel Mediterraneo centrale per riprendere le operazioni di soccorso. La decisione dei giudici etnei, arrivata nella giornata di ieri, riguarda un provvedimento emesso in seguito a un'operazione di salvataggio avvenuta lo scorso 25 gennaio, quando l'equipaggio dell'ong portò in salvo diciotto persone, tra cui due bambini, assegnando poi Catania come porto sicuro per lo sbarco.
Il provvedimento di fermo, che di fatto bloccava l'attività della nave, era stato originariamente disposto dalle autorità italiane contestando alla ong di non aver comunicato alle autorità libiche le coordinate del soccorso. Una mancata comunicazione, quella contestata, che la Sea Watch ha sempre giustificato con la necessità di evitare il rimpatrio dei naufraghi verso un paese, la Libia, dove i migranti subirebbero ripetute violazioni dei diritti umani. Il tribunale, nel sospendere il provvedimento, ha rilevato come, pur essendo decorso il termine del fermo, sussista un potenziale pregiudizio legato all'aggravamento della risposta sanzionatoria in caso di future e ipotetiche reiterazioni della violazione, elemento che ha motivato l'accoglimento dell'istanza di sospensione presentata dall'organizzazione.
Questa vicenda si inserisce in un contesto giudiziario più ampio e complesso, che vede contrapposte le posizioni del governo e della magistratura in materia di politiche migratorie. Solo il giorno precedente, il 18 febbraio, il tribunale di Palermo aveva emesso una sentenza destinata a riaccendere il dibattito politico, condannando lo Stato italiano a risarcire la ong tedesca Sea Watch con oltre settantaseimila euro, più le spese legali. Il risarcimento si riferisce ai danni patrimoniali subiti a causa del fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, avvenuto a Lampedusa tra il 12 luglio e il 19 dicembre del 2019, un fermo che i giudici palermitani hanno ritenuto illegittimo.
La reazione della politica e il caso del 2019
La sentenza di Palermo ha immediatamente innescato una dura replica da parte della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale, in un video diffuso sui social, ha parlato di una decisione che lascia “letteralmente senza parole”. Meloni ha collegato il risarcimento alla vicenda del giugno 2019, quando la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, forzò il blocco navale per entrare nel porto di Lampedusa con a bordo quarantadue migranti, durante le manovre urtando una motovedetta della Guardia di Finanza. La premier ha criticato quella che ha definito una “lunga serie di decisioni oggettivamente assurde” da parte della magistratura, chiedendosi se il compito dei giudici sia quello di far rispettare la legge o di premiare chi, come l'ong, si vantava della propria disobbedienza civile.
Sulla stessa lunghezza d'onda si è posto il vicepremier Matteo Salvini, che all'epoca dei fatti ricopriva la carica di ministro dell'Interno, sostenendo la politica dei cosiddetti “porti chiusi”. Salvini ha definito la sentenza un “vero e proprio premio” per aver forzato un divieto del governo, annunciando il suo voto favorevole al prossimo referendum sulla giustizia. Il riferimento alla consultazione popolare, prevista per il 22 e 23 marzo, non è casuale, poiché il caso Sea Watch viene da più parti indicato come un esempio paradigmatico del conflitto tra poteri dello Stato, in cui le decisioni giudiziarie finiscono per incidere sulle scelte di indirizzo politico in materia di controllo delle frontiere e immigrazione.
Le motivazioni giuridiche e i precedenti
La vicenda giudiziaria della Sea Watch 3, conclusasi con la condanna dello Stato al risarcimento, affonda le sue radici in un iter legale complesso. Dopo lo sbarco forzato a Lampedusa, la comandante Rackete venne inizialmente arrestata con l'accusa di resistenza a nave da guerra e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Tuttavia, nel 2021, il gip di Agrigento dispose l'archiviazione del procedimento penale, riconoscendo che l'allora comandante aveva agito in stato di necessità per adempiere al dovere di soccorso in mare, escludendo la natura di “nave da guerra” della motovedetta della Guardia di Finanza.
Sul fronte amministrativo, la nave rimase ferma per mesi nonostante, secondo quanto stabilito dalla normativa, la mancata risposta del prefetto di Agrigento al ricorso presentato dall'ong avrebbe dovuto configurare un silenzio-assenso, con la conseguente cessazione automatica del sequestro. Solo dopo un ricorso d'urgenza, il tribunale di Palermo ne ordinò la restituzione nel dicembre del 2019. La recente sentenza di condanna al risarcimento dei danni patrimoniali, che comprende le spese documentate dall'organizzazione per il periodo di inattività forzata, rappresenta dunque l'ultimo atto di una lunga battaglia legale.
L'iter del fermo della Sea Watch 5
Tornando al caso della Sea Watch 5, la revoca del fermo da parte del tribunale di Catania si basa su motivazioni tecniche che riguardano la valutazione del pregiudizio subito dall'ong. I giudici, nel loro provvedimento, hanno sottolineato come, nonostante il periodo di fermo fosse già trascorso, permanesse il rischio che la semplice esistenza del provvedimento prefettizio potesse aggravare la posizione dell'organizzazione in future contestazioni. La sanzione originaria, scaturita dal mancato contatto con la Libia durante il soccorso del 25 gennaio, era stata giustificata dalle autorità italiane in base alla normativa che regola le operazioni in mare, ma la ong ha sempre sostenuto l'illegittimità di un'obbligazione che di fatto costringerebbe a consegnare i naufraghi ai libici.
La Lega, attraverso un post sulla piattaforma X, ha già commentato la decisione del tribunale catanese parlando di “continue provocazioni di alcuni giudici a favore di ong straniere che trasportano clandestini”, invitando al voto favorevole nel prossimo referendum. Nel frattempo, la Sea Watch 5 si prepara a salpare, pronta a riprendere il suo posto nel Mediterraneo centrale, dove la tensione tra gli obblighi del soccorso in mare e le direttive governative continua a rappresentare un nodo giuridico e politico di difficile soluzione.




